L’anno scorso ci siamo occupati in questo blog dei finanziamenti alla ricerca contenuti nella legge di stabilità, in particolare di un fondo di tremila euro a ricercatore denominato Fondo finanziamento attività di ricerca di base (Ffabr). In tutte le economie avanzate è normale fornire i minimi strumenti di lavoro agli scienziati per le proprie ricerche. Questi soldi sono stati gli unici finanziamenti ministeriali del 2017, per uno stanziamento previsto di 45 milioni di euro. Un provvedimento tutto sommato sensato che è stato però devastato con due colpi di bacchetta magica: una valutazione del tutto automatica delle pubblicazioni basata sugli indici bibliometrici, in aperto contrasto con qualsiasi linea guida accettata dalla comunità scientifica, e soprattutto l’idea di finanziare solo le domande del “più migliore” 75% dei ricercatori e 25% dei professori associati. Le domande sono state circa 17mila su 40mila aventi diritto, forse perché molti si sono autoesclusi. I soldi sarebbero stati comunque sufficienti a finanziare 15mila domande. A distanza di oltre un anno, il macchinoso provvedimento si è concluso. Risultato: a causa del regolamento del bando scritto male, è stato possibile assegnare solo meno di diecimila finanziamenti. I 15 milioni di euro “risparmiati” saranno ributtati nel calderone, e ridistribuiti chissà come e soprattutto quando.

Ma perché è accaduto tutto questo? La spiegazione si può individuare in un misto di ideologia, incompetenza e arroganza.

Ideologia perché chi ha proposto questo provvedimento confonde l’università con lo sport agonistico, ove tutti gli atleti hanno lo stesso compito e le loro prestazioni possono essere valutate con dei numeri, come ad esempio il tempo sui 100 metri piani o il numero di goal in una partita di calcio. Valutare la ricerca è invece qualcosa di decisamente più complesso. Non esiste un algoritmo automatico per stabile se sia “più migliore” un quadro di Picasso oppure un affresco di Michelangelo. Solo chi non ha idea di come funzionino i finanziamenti alla ricerca negli altri paesi del mondo può aver pensato a mettere in piedi un bando simile per assegnare una cifra esigua come tremila euro, appena sufficiente a garantire minimi standard di sicurezza e operazioni base. Questa sgangherata procedura ha lo stesso livello intellettuale di uno studio sulle scie chimiche o dell’oroscopo di Branko.

Incompetenza perché chi ha scritto il provvedimento, nella foga di premiare “solo i più migliori”, non si è reso conto che non tutti i docenti avrebbero presentato domanda, sbagliando clamorosamente i conti e non riuscendo ad assegnare la cifra stanziata.

Arroganza perché di fronte a un palese errore e un provvedimento tirato per oltre un anno si è negata fino all’ultimo la decisione sensata: correggere gli errori del bando e assegnare tutto il finanziamento a chi era in graduatoria. È bene rimarcare che tutto questo non ha nulla di lontanamente vicino al merito. Il “merito”, in qualsiasi modo lo vogliamo definire, non dipende dal numero di persone che presentano una domanda. In nessuna parte del mondo salterebbe mai in mente di ridurre i finanziamenti a chi sarebbe altrimenti in posizione utile perché altri ricercatori NON hanno partecipato alla competizione. Per capire quanto il bando fosse congegnato in modo assurdo, basti pensare che se solo due dei vincitori avesse presentato la domanda, sarebbe stata finanziata una sola persona buttando via tutto il resto dei soldi.

Lo abbiamo ricordato più volte: all’interno dell’Unione europea il nostro Paese è un generoso finanziatore della ricerca degli altri Stati.

Solo per quanto riguarda i fondi di ricerca, la differenza tra quanto l’Italia dà dall’unione europea e quanto invece riceve ammonta a qualcosa come 300 milioni di euro l’anno. Il sistema universitario italiano costa allo stato qualcosa come sette miliardi di euro, più i soldi che ci mettono le famiglie per tasse universitarie e sostegno agli studenti, visto che le borse di studio stanno diventando sempre di più un miraggio. Di fronte a queste cifre, arrovellarsi oltre un anno per assegnare 30 milioni di euro su 45 è una dimostrazione di incapacità e incompetenza senza uguali. Roba da rimpiangere Mariastella Gelmini, che non sarebbe mai arrivata a proporre tanto.

Di fronte a questi risultati, l’unica risposta possibile sembrerebbe riciclare un “La scienza non è democratica”. Chi non ha mai messo piede in un laboratorio di ricerca, e ha già dimostrato di non avere idea di come funzionino i finanziamenti scientifici negli altri Paesi del mondo, si accomodi fuori e smetta di causare danni al Paese.