Presente tutto quello che è stato scritto nelle ultime settimane sullo stato di salute del Partito Democratico? Non è vero niente. Il Pd infatti oggi sta peggio di come si è raccontato finora. Sta parecchio peggio rispetto allo scorso anno di questi tempi (ha perso 8, 9, 10 punti, a seconda dell’istituto di rilevazione), sta molto peggio rispetto alle elezioni politiche del 2013, quelle della “non vittoria” di Pierluigi Bersani. Una situazione anomala perché è ancora la seconda forza del Paese, ma il logoramento dell’esperienza di governo, le aspettative e la delusione per la stella renziana (per ora ridotta a cometa) e l’isolamento politico che ha prodotto una coalizione di centrosinistra fanno sì che quello del Pd sia il motore più inceppato all’inizio della corsa elettorale che si concluderà con il voto del 4 marzo. Lo scioglimento delle Camere (il presidente della Repubblica Sergio Mattarella è pronto ad avviarlo già dopodomani) è lo start e la griglia di partenza – di una campagna elettorale per la verità mai finita – appare chiara. Lo schieramento di partenza non assomiglia a quello delle gare automobilistiche, piuttosto a quelle dello sci perché le forze politiche si portano dietro anche distacchi e handicap.

Il centrodestra, per dirla più chiara, non solo è primo, ma dalla sua ha anche un vantaggio che fa apparire l’alleanza senza avversari. Silvio Berlusconi e Matteo Salvini litigano e si riappacificano un giorno sì e l’altro pure, eppure il loro elettorato non si fa impressionare. Anzi, settimana dopo settimana, succede che i voti che perde Forza Italia li recupera la Lega Nord, quelli che lascia per strada il Carroccio li prendono i Fratelli d’Italia, quelli che disperdono i partiti più populisti della coalizione vengono ripescati dai berlusconiani, in un meccanismo di travaso continuo. Visto che è la somma che fa il totale, attualmente – posizionato sui blocchi di partenza – il centrodestra ha il solo dubbio di capire se avrà una maggioranza parlamentare sufficiente per far partire un governo.

Le forze occulte del centrodestra
Le variabili sono tre: la prima, la più influente, è la performance elettorale del Movimento Cinque Stelle al Sud, campo di battaglia potenzialmente decisivo, perché lì il centrosinistra è scomparso. La seconda variabile è il contributo dei listini alleati di Forza Italia, Lega Nord e Fratelli d’Italia, cioè “Noi con l’Italia” (ex Ap, Costa, Saverio Romano, Tosi, Fitto) che punta – dice Lupi – addirittura al 4-5 per cento e la lista centrista che mette insieme gli ex dc come Lorenzo Cesa che uno zoccolo duro di elettori dello scudocrociato ce l’hanno ancora. In alcune zone d’Italia, per meglio dire in alcuni collegi, il contributo di personalità radicate sul territorio e partiti regionali (Tosi in Veneto, Fitto in Puglia, Romano in Sicilia) può fare la differenza. In più c’è il dispositivo del Rosatellum che redistribuisce tra i partiti della coalizione i resti dei partitini alleati che superano l’1 per cento ma non la soglia di sbarramento del 3: l’identikit è perfetto sia per Noi con l’Italia, a parte le speranze di Lupi, sia per l’Udc o quel che sarà. Detto in soldoni, se il centrodestra attualmente è dato al 36 per cento, in Parlamento potrebbe raggiungere la soglia implicita del 40 per cento, quella che secondo gli esperti potrebbe dare i 316 seggi alla Camera.

Il centrodestra sempre più vicino alla maggioranza
Terza variabile: quanto sarà grande lo schianto del Partito Democratico? Grande o molto grande? Più piccola sarà la base elettorale dei democratici, più grande sarà quella del centrodestra. Non per i voti “strappati”, non per la sovrapposizione degli elettorati (o comunque non sempre), piuttosto per la distribuzione dei seggi e per i meccanismi della legge elettorale, sia quello maggioritario che quello proporzionale. L’istituto Ixè non è stato solo il primo a valutare il Pd addirittura sotto la soglia del 23 per cento, ma in un’analisi pubblicata dalla Stampa assegna al Partito democratico solo 131 seggi (con il M5s a 147 e Liberi e Uguali a 28). E così nello stesso scenario il centrodestra sarebbe vicinissimo alla maggioranza, toccando quota 310 (è la prima volta che l’alleanza Fi-Lega-Fdi viene data così alta anche nelle proiezioni sul numero dei deputati). C’è di più. Perché, a parte del Nord in cui il centrodestra fa cappotto e il Sud di cui si è già detto, un’altra folla del Pd si potrebbe aprire addirittura nelle Regioni rosse.

Seggi “blindati” per il Pd? Ne sono rimasti 6…
Secondo Ixè i collegi davvero sicuri sono solo 6: Firenze Nord, Scandicci, Empoli, Sesto Fiorentino, Modena, Casalecchio di Reno. Gli altri sono diventati contendibili dal centrodestra, con distacchi inferiori al 10 per cento. Per il Pd “un ribaltamento anche rispetto al 2013″ ha detto alla Stampa Roberto Weber, direttore di Ixè. E non è colpa della concorrenza di Liberi e Uguali (che nelle Regioni rosse ha una media in linea con quella nazionale), delle scissioni e nemmeno di Giove Pluvio. E’ colpa, più propriamente, di un partito che ha perso i voti per strada: lo scorso anno, di questi tempi, sia pure dopo la botta del referendum costituzionale, per la stessa Ixè il Pd oscillava tra il 30 e il 31 per cento. Ora, raccattando liste e partitini qua e là, il centrosinistra a guida democratica non supera il 26.

M5s, il primato che non produce seggi 
La griglia di partenza a poco più di due mesi dal voto e all’inizio della corsa elettorale si completa da una parte con il Movimento Cinque Stelle che continua ad essere di gran lunga la prima forza politica del Paese con una percentuale ormai puntellata da mesi tra il 27 e il 29 per cento. Il problema è che un risultato del genere sarebbe un boom ancora più rumoroso di quello del 2013, ma senza esito perché i grillini sono quasi inesistenti nei collegi del riparto maggioritario: di 147 che Ixè assegna ai Cinquestelle, solo 32 sono frutto delle sfide first-past-the-post, a petto – per esempio – del centrodestra che i suoi 310 deputati secondo i sondaggi li prende in modo “equilibrato” (167 nei collegi, 143 nel proporzionale) Al Nord quasi non toccano palla a parte la Liguria, al Centro resistono nel Lazio, al Sud fanno il pieno nelle Regioni meno popolose ma soffrono un passo di ritardo in quelle più importanti (Sicilia, Campania, Puglia). Ed è irrealistico e senza senso qualsiasi ragionamento del post-voto in funzione di una possibile collaborazione con Liberi e Uguali che nei collegi non esisterà (il motivo si capisce da sé) e potrà contare solo su 28 seggi conquistati con i listini proporzionali.

L’effetto traino dei candidati nei collegi
L’effetto trascinamento dei candidati nei collegi (specie con una legge che forza la scelta dell’elettore) è l’ancora alla quale si aggrappa soprattutto il Pd per contrastare il centrodestra in questi due mesi di campagna elettorale. Nel M5s si ragiona di candidature “dal basso” come per il 2013, ma anche amministratori (come l’ex sindaco di Mira non riconfermato Alvise Maniero e l’attuale primo cittadino di Ragusa Federico Piccitto). Verso Liberi e Uguali sembrano dirigersi – per il momento da sostenitori – il magistrato-scrittore Giancarlo De Cataldo e l’ex presidente della Corte Costituzionale Franco Gallo mentre vengono descritti come pronti a candidarsi l’ex presidente di Legambiente Rossella Muroni e l’ex capo della Procura nazionale antimafia Franco Roberti. Il centrodestra, per i motivi detti fin qui, ha invece l’imbarazzo della scelta.

Il nascondino di Renzi (che vuole candidare Astrosamantha)
Renzi invece – raccontano i giornali – punterebbe sulla strategia del “nascondismo”: più società civile, meno politici di professione. Lui, il segretario, riprendendo le parole di verità pronunciate qualche giorno fa da Matteo Richetti, dopo aver detto che si candiderà ad Arezzo e poi a Milano, in realtà si presenterà a Firenze. Maria Elena Boschi, scrive la Nazione, probabilmente sarà candidata a Lucca su idea di Denis Verdini (avrà di fronte probabilmente la capa della comunicazione di Forza Italia, la deputata Deborah Bergamini), ma spunta l’idea più praticabile di metterla in qualche listino proporzionale sicuro come Ascoli o Bologna. E la società civile? Il Corriere fa i nomi dell’ex allenatore di pallavolo Mauro Berruto, dell’ex capo della Dia Arturo De Felice e del fratello di Giancarlo Siani, Paolo, per dare una verniciatura di antimafia da contrapporre alla concorrenza di Piero Grasso, della giornalista del Foglio Annalisa Chirico, del medico “anti-no vax” Roberto Burioni (che però dice di non aver avuto offerte e di non avere intenzione di passare alla politica) e visto che sarà “roba da Nasa”, anche di Samantha Cristoforetti. Renzi, raccontano i giornali, voleva candidare anche Bebe Vio che però ha solo 20 anni e la Costituzione dice che non si può.

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