Tornare? “Sì, ma solo per salutare i parenti”. Ha le idee chiare Alessandro Barel, classe 1979, sistemista informatico. Da quattro anni vive insieme a moglie e figli a Wellington, in Nuova Zelanda. Ha un contratto a tempo indeterminato, un corso l’anno di training pagato dall’azienda e scuole di alta qualità per le figlie. “Volevamo realizzarci e qui sentiamo di poterlo fare”, racconta. In Italia Alessandro ha lavorato in diverse aziende, passando dal ruolo di programmatore a quello di sistemista. Nel 2011 arriva la proposta della General Electric di Barcellona, in Spagna. “Accettai – racconta –. Stavamo già pensando di trasferirci”. Causa la crisi del settore pubblico sanitario spagnolo, “mia moglie, che lavorava come tecnico di radiologia in ospedale capì che non sarebbe riuscita a trovare lavoro”. Una volta tornati in provincia di Verona, così, Alessandro e famiglia pianificano una nuova tappa. Direzione Oceania.

Da Wellington, in effetti, c’è un’offerta di lavoro che assicura possibilità concrete. Dopo due colloqui Alessandro è assunto come unix systems engineer di un grande gruppo informatico. “Sul contratto c’è scritto esattamente cosa l’azienda si aspetta da me – spiega –. Ricevo lo stipendio ogni due settimane. Straordinari, reperibilità, malattie e ferie sono immediatamente aggiornati”. In quattro anni non c’è mai stato un ritardo. In più, ogni tre mesi “ho una performance review: un’autovalutazione che discuto col mio team leader”. A fronte di quattro performance review positive si riceve un aumento di stipendio. Ma ancora, da contratto Alessandro ha una settimana di training pagato, un incontro con manager e dirigenti una volta l’anno per discutere cosa migliorare sul luogo di lavoro e il pranzo offerto dall’azienda ogni due venerdì (con opzioni vegetariane per soddisfare il bisogno di tutti). Lo stipendio è più che adeguato al costo della vita, “anzi, ti fa vivere davvero tranquillo”, aggiunge.

A scuola, se un bambino è più avanti degli altri, gli viene data la possibilità di progredire al meglio

Trasferirsi in Nuova Zelanda, però, non è stato semplice. In primo luogo a causa della distanza: “Sono stato in loco in prova per più di quattro mesi mentre la mia famiglia aspettava in Italia”, ricorda. Anche se il problema maggiore è stato annunciare la decisione ad amici e parenti: “È inevitabile lasciarsi tutto alle spalle”. Anche le figlie, di 6 e 11 anni, erano spaventate, specie dalla lingua. “Si sono ambientate in modo fenomenale – spiega Alessandro –. Qui è normale che a scuola ci siano bambini provenienti da mezzo mondo e che non sempre parlino l’inglese perfettamente”. Vengono formati così corsi speciali in base al livello di conoscenza della lingua, abbattendo ogni barriera. “Se un bambino è più avanti, poi, gli viene data la possibilità di progredire al meglio”, aggiunge. Oggi Giorgia frequenta le medie, Francesca è al secondo anno di college: parla correttamente inglese e cinese. L’italiano? “Sì, ne ha risentito. Ci impegniamo a farglielo ricordare”.

L’Italia resta comunque un ricordo lontano. A Wellington c’è un clima di generale tranquillità e sicurezza, il servizio pubblico è costoso ma funziona, la burocrazia è snella e trasparente: “I dati relativi a tasse e contributi sono aggiornati a due settimane e consultabili via web”, aggiunge Alessandro. E poi “non si scarica nulla dalle tasse, nemmeno le medicine. Ma con l’assicurazione sanitaria (100 dollari al mese, pagati dal datore di lavoro) vengono a costare cifre irrisorie”. La tassazione sullo stipendio varia tra il 23 e il 25%, mentre “in Italia lavorando a partita Iva almeno il 58% se ne andava in tasse”.

I dati relativi a tasse e contributi sono aggiornati a due settimane e consultabili via web

Il costo della vita è più alto rispetto all’Italia. Un litro di latte costa quasi 2 euro, un chilo di pane arriva a 4. Un pacchetto di sigarette parte da 16. La scuola, invece, funziona in modo del tutto differente: viene chiesta una donazione annuale di 220 euro che copre tutto, dalle attività extra allo sport. In certi casi i libri di testo vengono forniti direttamente dall’istituto, così come il pranzo. “In Italia svariate centinaia di euro li abbiamo spesi solo per i libri alla prima media di Francesca, senza contare tutto il resto”, ricorda.

A Wellington il mondo del lavoro è in continua crescita, il mercato IT è affermato e le condizioni sono stabili. “Ricevo tantissime offerte di lavoro. Ne avrò rifiutate tre solo questa settimana, 40 l’anno scorso”, aggiunge Alessandro. Tornare? Sì, ma solo per dare l’ultimo esame di filosofia a cui si era iscritto qualche anno fa. “Non rientreremo in pianta stabile. Tra servizi scadenti, tasse assurde e una classe politica a livelli di tso non ne vale la pena. A volte – conclude – mi viene da pensare che almeno qui mi vogliano”.

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