L’Italia deve procedere al recupero dall’Ilva di circa 84 milioni di euro dei due prestiti di sostegno, concessi nel 2015, che rappresentano aiuti di Stato illegali e hanno comportato un “vantaggio indebito”. È quanto ha stabilito la Commissione europea dopo un’indagine approfondita sulle misure adottate dal governo italiano per sostenere Ilva. “La nostra indagine – dice Margrethe Vestager, commissaria alla Concorrenza – ha rivelato che due misure di sostegno pubblico hanno conferito all’Ilva un vantaggio indebito, grazie al quale ha potuto finanziare le proprie operazioni correnti“.

L’indagine a carico dell’Italia è stata aperta dopo quattro denunce presentate dai concorrenti tra il 2014 e il 2015, nel periodo in cui l’Ilva veniva posta in amministrazione straordinaria. Secondo Bruxelles, le altre misure di sostegno – cinque, per un controvalore di 2 miliardi di euro in tutto – non sono inquadrabili come aiuti di Stato. Sono state censurate, invece, le condizioni finanziarie relative a una garanzia statale su un prestito di 400 milioni di euro e a un prestito pubblico di 300 milioni di euro. “Tali importi – scrive Bruxelles – sono stati utilizzati per finanziare il fabbisogno di liquidità dell’Ilva relativo alle sue attività commerciali e non per sopperire ai costi della bonifica ambientale”. Per l’Antitruste Ue, “entrambe le misure sono state concesse a condizioni più favorevoli rispetto alle condizioni di mercato“.

L’Ilva deve ora rimborsare circa 84 milioni di euro di aiuti, corrispondenti alla differenza tra le condizioni finanziarie del prestito e della garanzia di cui l’Ilva ha beneficiato e le condizioni prevalenti sul mercato. Inoltre, per quanto riguarda il futuro, le condizioni di concessione del prestito e della garanzia dovranno essere adeguate alle condizioni di mercato. Non sono invece aiuti di Stato illegittimi gli oltre 1,1 miliardi di euro che la famiglia Riva ha trasferito alla società nel giugno 2017 e che sono destinati a porre rimedio alle gravi carenze ambientali che caratterizzano le attività dello stabilimento di Taranto.

La Commissione afferma che la decisione non interferisce con l’attuazione delle misure ambientali “essenziali per porre rimedio all’inquinamento del sito Ilva di Taranto” e non interferisce nemmeno con la procedura di vendita degli attivi del gruppo dell’acciaio, in relazione alla quale la Commissione sta attualmente conducendo una distinta indagine Antitrust e ha già specificato che il Gruppo Marcegaglia dovrebbe uscire dalla cordata AmInvestco, vincitrice del bando di gara, e ArcelorMittal dovrà procedere alla cessione di un impianto di laminazione a Piombino. L’ipotesi circolata negli scorsi giorni coinvolge Cassa depositi e prestiti, che ha recentemente firmato un accordo non vincolante con Mittal per l’ingresso in AmInvestco acquisendo parte delle quote di Marcegaglia. La vendita, in ogni caso, deve essere conclusa, spiega Vestager, perché “la migliore garanzia di sostenibilità futura della produzione siderurgica dell’area di Taranto consiste nella cessione degli attivi dell’Ilva a condizioni di mercato e l’impresa non può dipendere dal sostegno artificiale dello Stato”.