Gli aumenti delle tariffe di Autostrade per l’Italia sono basati su ipotesi di lavoro corrette per il periodo 2013-2038? O forse rischiano di far pagare agli automobilisti due miliardi in più per effetto di costi di investimenti, spese generali e fondi imprevisti gonfiati? Spetterà all’Anac chiarire una spinosa questione che tocca nel vivo gli italiani, preoccupati da nuovi rincari nei pedaggi 2018. I senatori pentastellati Andrea Cioffi, Marco Scibona e Alfonso Ciampolillo hanno infatti depositato lo scorso 21 novembre un esposto in cui si ipotizza “un indebito arricchimento da parte della concessionaria” sulla base di aumenti che non sarebbero correttamente computati. L’argomento non è da poco dal momento che il governo sta valutando la possibilità di allungare di altri quattro anni (dal 2038 al 2042) la concessione di Autostrade per l’Italia, società che gestisce la più grande rete viaria del Paese (2.857,5 chilometri in esercizio per 28 tratte in gestione) ed è controllata dalla famiglia Benetton attraverso Atlantia.

Nel documento, datato 21 novembre, si evidenzia come le questioni riguardanti Autostrade per l’Italia ruotino da anni ormai attorno a tre argomenti: “l’aumento continuo delle tariffe; la segretezza degli atti concessori; e la concessione di proroghe alle convenzioni senza gara pubblica”. E sia quindi arrivato il momento di fare chiarezza in nome della massima trasparenza dovuta negli appalti pubblici. L’esposto si concentra in particolare su tre punti legati a doppio filo con gli aumenti tariffari riconosciuti al concessionario sulla base degli investimenti effettuati sulla rete viaria. Il primo punto riguarda le previsioni di spesa per i lavori da effettuare sulla rete: secondo i tre senatori, sulla base della convenzione fra Stato e Autostrade, ci sarebbe una sottostima dei ribassi d’asta (15% stimato contro il 24,6% medio anno su quinquennio 2009-2013) che gonfierebbe il valore degli investimenti su cui si basano i rincari. Su 10,34 miliardi di investimenti previsti ci sarebbe quindi “una sovrastima del costo di investimento pari al 9,86%”, cioè circa 1 miliardo di euro “che gli utenti dell’autostrada pagherebbero in più al concessionario”, come si legge nel documento.

Il secondo punto analizza invece il fondo per accordi bonari e la voce “imprevisti” che sono presenti nella convenzione fra lo Stato e Autostrade e pesano per circa l’8% della base d’asta. Secondo i senatori, le due voci sarebbero però ancora una volta dei sovracosti per circa 827 milioni. E la prova verrebbe dal fatto che i due capitoli di spesa non esistono nell’atto di concessione fra lo Stato e Autostrade per l’Italia e quello fra l’azienda pubblica Enac e Aeroporti di Roma, anch’essa controllata da Atlantia. Infine, il terzo punto concerne la “quantificazione delle spese generali del contratto di Autostrade per l’Italia – che – è pari al 9%” degli investimenti. Secondo i tre senatori, però, nella realtà sarebbe sovrastimato di circa il 3 per cento (circa 310 milioni). “Complessivamente la sovrastima – che somma i sovracosti dei tre punti – potrebbe essere pari al 20% circa del valore dell’investimento – precisa il documento – Da ciò ne deriverebbe che la ipotetica sovraspesa pagata dagli utenti dell’autostrada potrebbe essere dell’ordine di circa 2 miliardi”. La cifra sarebbe poi destinata a salire ulteriormente, nel caso in cui il governo decidesse di allungare la concessione fino al 2042 in cambio di nuove infrastrutture: per 16,94 miliardi di investimenti nel periodo 2013-2042, gli automobilisti potrebbero essere chiamati a sborsare circa 3,8 miliardi sulla base dei sovracosti stimati dai senatori. Di qui le ragioni dell’esposto che ha chiesto all’Anac di verificare che “il calcolo dei tassi di rendimento e remunerazione, non subordini l’interesse pubblico all’interesse privato del gruppo Autostrade e se, ove verificati, non giustifichi l’apertura del procedimento di decadenza della concessione in oggetto”.