Eccoci al terzo appuntamento con i miei consigli per gli ascolti. Dopo Gerardo Pozzi e Carlo Valente oggi vi segnalo le canzoni e la poetica di Bianca D’Aponte. Purtroppo Bianca non c’è più. Se n’è andata nel 2003, a 23 anni; di lì a poco avrebbe dovuto pubblicare il suo disco d’esordio con la Bmg. Ad Aversa – la sua città – dal 2005 esiste un premio che porta il suo nome, rivolto a sole cantautrici.

Nei suoi brani si sente la necessità di essere profondi ma, contemporaneamente, di arrivare a più gente possibile, con un linguaggio trasversale che voglia spronare l’ascoltatore. Questi aspetti somigliano a ciò che qui ho chiamato “medietà in forma umana” per la poetica di Dario Brunori.

Questa strada mediana è probabilmente una caratteristica propria della generazione di D’Aponte e Brunori – gli attuali trentacinquenni e quarantenni –, che, a differenza di quelle precedenti, non si è trovata un mondo con un passato difficile e un futuro roseo: il suo orizzonte era precisamente capovolto. Questo, nei casi migliori, si traduce in uno sforzo decuplicato, in una meraviglia da guadagnarsi con i piedi ben saldi nella realtà.

Il mercato discografico stava cambiando radicalmente proprio quando questa generazione nasceva, a cavallo tra gli anni Settanta e gli Ottanta. Il mondo in cui hanno mosso i primi passi nella musica era già un percorso a ostacoli; soprattutto per la canzone d’autore, sembrava che la gente non volesse più ascoltare parole, non volesse più pensare. Ai discografici faceva comodo alimentare queste impressioni, gongolando l’alibi di poter promuovere forme musicali di maggior impatto e minor rischio.

E così, la generazione di cantautori nata a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta arriva alla svolta del Millennio da ventenne col pelo sullo stomaco. I migliori traducono tutto questo in canzone, con brani diretti, dalla comunicazione confidenziale e dinamica. Bianca D’Aponte è una di queste, e nel suo caso questa urgenza non sacrifica mai l’aspetto metaforico e “poetico”. Rimane sempre in bilico, in un difficilissimo e scintillante equilibrio. Nelle sue canzoni non ci si perde mai.

Nei brani si parla spesso di un mondo “altro”, che attraversa la ferma, marmorea e fiera convinzione che le canzoni non accadano in vano. Questo puntare alla realizzazione dell’approdo in un posto migliore, sempre ben piantato nel tempo che si vive, che indaga le possibilità pratiche per arrivare a un altrove sperato e fantastico, rappresenta una sorta di tensione paradossale, che potremmo chiamare poetica della pragmatica meraviglia.

Irene Grandi, Mariella Nava, Petra Magoni, Paola Turci, Rossana Casale, Nada, Andrea Mirò sono solo alcuni dei nomi di artiste che hanno cantato le canzoni di Bianca. Uno dei momenti più felici è il brano Come Doroty, eseguito da Andrea Mirò: si canta una strada dorata e sognante, ma la si affronta con una energia che sposta le montagne, con una decisione di chi vuole determinare il proprio destino. Non c’è spazio per l’aria dimessa, non ce la si può permettere.  

Alcune canzoni di Bianca D’Aponte descrivono la meraviglia del disegno della vita, al di là delle apparenze e delle brutture del quotidiano: solo che questo stupore bisogna andarselo a cercare. Succede nel brano Ma l’amore no, qui cantato da Cristina Donà:

“Ma l’amore no/ l’amore esiste, lo so./ L’amore/ non nomina in vano il suo nome/
[…] Hai dentro gli occhi una gioia negata/ e mi chiedo se l’hai più cercata”.

Anche nel pieno dell’invenzione artistica, come in Canto di fine inverno, posto in un tempo imprecisato e senza riferimenti al contingente, la cantautrice campana alterna l’indole sognante allo sprone a cui la realtà ti chiama, che è vitalità e intraprendenza, scintilla vitale dal temperamento pragmatico:

“Verrebbe voglia di stare a sognare” è vero, ma “non ti fermare,/ non perdere tempo,/ paga il tuo pegno e corri nel vento”.

Chiudo, mi sia concesso, con la mia registrazione video di quest’ultima canzone, fatta a Barcellona in occasione del Bianca D’Aponte International. Qui la voce di Bianca è accompagnata dalla magistrale chitarra di Fausto Mesolella, direttore artistico della manifestazione fino a che il buon Dio gliel’ha concesso. Mi scuso per la scarsa qualità dell’audio, ma il video è una testimonianza in cui il testo della canzone rispecchia incredibilmente ciò che stava succedendo in quel momento, con la voce e le parole della cantautrice e le note del chitarrista.

Basta ascoltare le ultime parole del brano:

“Poi non si sono più visti e incontrati/ ma quella notte li aveva cambiati./
Tutto l’amore possibile al mondo/ l’hanno imparato in un solo secondo”.