Un malloppo da 32 miliardi di euro giace sui conti del Tesoro. Si tratta di soldi delle aziende italiane, grandi e soprattutto medie e piccole, che da decenni pagano all’Inail – l’ente nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro – più contributi del dovuto. Lo rivela FqMillenniuM, il mensile diretto da Peter Gomez, nel numero attualmnete in edicola, dedicato a temi, personaggi e potenti del 2018.

Per legge, come ente mutualistico l’Inail deve chiudere il bilancio in pareggio, ma al contrario negli ultimi anni ha accumulato “profitti” stellari, depositati – anche qui per obbligo di legge – su un conto della tesoreria e utilizzati per le spese correnti dello Stato. Una sorta di tassa occulta, secondo un pool di avvocati della neonata Associazione per la tutela delle attività economiche, che sta lavorando a una class action per recuperare il maltolto: “La situazione è intollerabile – spiega a FqMillenniuM il legale Matteo Castelli – in questi anni l’incidenza degli infortuni sul lavoro si è quasi dimezzata, ma le tariffe pagate dalle imprese restano ferme al 2000, quando il mondo produttivo era molto diverso da quello attuale. Gli avanzi indebitamente accumulati, decine di miliardi, devono essere restituiti ai datori di lavoro”.

I contributi versati in più, inoltre, sono andati negli anni ad aumentare il costo del lavoro, e in particolare il famigerato “cuneo fiscale”, la differenza fra quanto sborsato dall’azienda e quanto realmente percepito in busta paga dal lavoratore. Con conseguenti effetti negativi sull’occupazione e sulla crescita economica.

L’Inail, per bocca del direttore generale Giuseppe Lucibello, riconosce il problema, ma rivendica di aver già iniziato a porvi rimedio: “Abbiamo iniziato a restituire somme importanti alle imprese sotto forma di incentivi agli investimenti i sicurezza e dal 2010 abbiamo erogato 2 miliardi”, afferma al mensile del Fatto. Resta però il nodo, strettamente politico, della revisione al ribasso delle tariffe pagate dalle imprese: “Se il prossimo governo si mostrerà particolarmente illuminato”, conclude Lucibello, “potremmo anche discutere di un progressivo smobilizzo dei fondi in tesoreria per investirli nell’economia reale. Però ogni euro che svincoli in tesoreria deve trovare copertura”.

Il “parcheggio” dei fondi sul conto del Tesoro non è imposto solo all’Inail: la Consob, l’authority di controllo della Borsa di cui si parla in questi giorni per il caso Boschi, al 31 dicembre 2016 aveva una giacenza di 4,4 milioni di euro, ma veniva “battuta” dal Club alpino italiano, che raggiungeva la… vetta di quasi 7 milioni. Il mensile del Fatto. FqMillenniuM racconta come vari governi italiani, da Craxi a Prodi, hanno imposto a diversi enti di versare al Tesoro la propria “cassa” per tamponare le falle dei conti pubblici.

Il dossier di 7 pagine su Fq Millennium di dicembre/gennaio