“Io non capisco perché ve la prendete con chi vuole che questo quartiere diventi più vivibile per i vostri figli… Venite, parliamone, confrontiamoci” 

Queste sono state le parole che il Beato Giuseppe Puglisi pronunciò durante l’omelia all’indomani degli atti intimidatori che videro incendiate le porte dei suoi più stretti collaboratori. A lui, qualche giorno prima, era toccata una sorte un po’ più diversa, ma di altrettanta efficacia sul piano del messaggio e del significato: lo avevano aggredito e gli avevano spaccato il labbro. Nonostante le difficoltà, egli non abbandonò mai il buon proposito di predicare il Vangelo ai mafiosi.

Penso che la cosa più immediata, anche oggi, per la chiesa e per i cristiani, sia annunziare il Vangelo ai familiari dei mafiosi, che sappiamo affollare le nostre chiese e ai familiari delle vittime dei mafiosi, spesso lasciati soli dalla chiesa e dalle loro comunità, quando non “usati” dallo Stato o dall’antimafia, come icone da mostrare.

Ma, soprattutto, il Vangelo va annunziato ai mafiosi ristretti e privati dalla libertà. Abbiamo l’occasione di incontrarli in carcere ed evitare il rischio che corse tanti anni fa frate Frittitta, che si spinse un po’ oltre, celebrando messa a casa del latitante Aglieri.

Ma per fare ciò sono necessari sacerdoti preparati e scevri dalla fama di apparire, che svolgano un reale lavoro di conversione di quei cuori induriti dal peccato. Perché sappiamo che non vi è alcun cuore che, se ben disposto, resista all’Amore e alla Misericordia di Dio.

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