di Francesco Balucani 

Le grandi potenze al lavoro su un accordo per lo sfruttamento sostenibile delle riserve ittiche nella regione più a Nord del globo.

Qualche giorno fa è stato mosso un altro passo verso l’istituzionalizzazione della regione artica, che sotto l’influsso combinato dei cambiamenti climatici e della congiuntura economica, sta acquisendo un crescente valore geopolitico per le grandi potenze. Stati Uniti, Canada, Russia, Cina, Corea del Sud, Giappone, Islanda, Danimarca, Norvegia e Unione Europea hanno firmato a Washington uno storico accordo internazionale sulla tutela dell’ecosistema artico. Il piano, che segue due anni di complessi e difficoltosi colloqui diplomatici, proibisce per i prossimi 16 anni la pesca commerciale nelle acque del Central artic ocean (Cao). A muovere e risospingere i negoziati sono state ragioni di stampo prevalentemente scientifico.

Il riscaldamento globale, legato allo scioglimento dei ghiacciai da una relazione di causa-effetto bidirezionale, oltre a innescare un pericoloso processo di acidificazione marina, ha determinato un incremento nella produzione di plancton, categoria ecologica che costituisce il primo anello della catena alimentare negli ecosistemi marini. Gli stock ittici sono in aumento e le grandi compagnie internazionali erano già in procinto di dirottare una parte del proprio business nel Mar Glaciale Artico. Sul versante della biodiversità, la qualità, intesa come numero delle specie presenti, potrebbe gradualmente cedere il passo alla quantità, che invece identifica il numero di elementi per ogni singola specie. Un’eventualità che porterebbe ad alterare gli equilibri ecosistemici della regione.

Gli scienziati hanno bisogno di tempo per analizzare a fondo la portata dei cambiamenti in atto, valutarne l’impatto, prevederne i risvolti nel lungo termine e proporre un ventaglio di soluzioni vagliabili. L’accordo concluso la scorsa settimana intende rispondere proprio a questa esigenza, morando le attività commerciali legate al settore ittico e prendendo tempo in vista di raggiungere un impianto conoscitivo più solido su cui basare queste decisioni.

Un atteggiamento senza precedenti, come ha sottolineato Scott Highleyman, figura di spicco dell’Ocean Conservancy, ONG con sede a Washington, e membro della delegazione statunitense. “Questo è un grande esempio di come porre in essere il principio di precauzione” ha affermato Highleyman a margine della conferenza.

Oltre a costituire un importante precedente sul piano giuridico – una convenzione internazionale a carattere vincolante che rispetta il principio primum non nocere – l’accordo assume rilevanza anche per le sue ripercussioni sul piano geopolitico. Che Stati Uniti, Russia, Giappone e Corea del Sud, contrapposti a vario titolo su diversi fronti della politica internazionale, abbiano trovato coesione e consonanza su un tema così delicato, armonizzando le proprie politiche commerciali, non è affare di poco conto.

In secondo luogo, l’accordo segna un punto a favore per il processo di legittimazione della regione artica, contraddistinta ancora oggi da un basamento istituzionale piuttosto magmatico e imprevedibile. Le sfide che attendono le potenze artiche e gli altri stakeholder interessati a vario titolo nello sviluppo della regione sono molte, dall’imminente indipendenza della Groenlandia all’apertura di nuove rotte commerciali determinato dallo scioglimento dei ghiacciai, passando attraverso la gestione e il monitoraggio delle attività estrattive che coinvolgono le grandi compagnie petrolifere e minerarie, e che rischiano di compromettere il fragile ecosistema della regione.

Senza un approccio collettivo e coordinato, che permetta di produrre una legiferazione inclusiva e integrata, di alimentare gli sforzi istituzionalizzanti delle Nazioni Unite e del Consiglio artico, e di mettere in campo delle politiche ambientali sostenibili, si corre il rischio di scadere in un processo di militarizzazione mosso e risospinto da contrapposti interessi politici ed economici. La moratoria sulla pesca commerciale siglata la scorsa settimana a Washington lascia intendere che ci sia spazio per il dialogo, e che individuare soluzioni consensuali sia in definitiva possibile. Inutile sottolineare come la concordia internazionale costituisca la migliore speranza per l’Artide e per il suo fragile ecosistema.

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