Era tutto alla luce del sole: nessuno ha nascosto a Consob e Bankitalia il contratto sui derivati che hanno affossato il Monte dei Paschi Siena, la banca più antica del mondo che proprio a causa di quei prodotti finanziari è passata attraverso un fuoco di fila di salvataggi pubblici fino a diventare dello Stato. La Corte d’Appello di Firenze ha infatti assolto l’ex presidente di Mps Giuseppe Mussari, l’ex direttore generale della banca Antonio Vigni e l’ex responsabile dell’area finanza Gianluca Baldassarri dall’accusa di ostacolo alla vigilanza per la ristrutturazione del derivato Alexandria per “non aver commesso il fatto”.

In primo grado, con sentenza emessa il 31 ottobre 2014 dal Tribunale di Siena, Mussari era stato condannato per concorso in ostacolo alla vigilanza a 3 anni e 6 mesi di reclusione e cinque anni di interdizione dai pubblici uffici. La stessa pena stata inflitta a Vigni e Baldassarri. L’accusa formulata nel procedimento collaterale all’inchiesta principale sul dissesto della banca, era di aver nascosto il “mandate agreement”, il contratto per la ristrutturazione del derivato Alexandria stipulato con Banca Nomura che ha rosicchiato dall’interno i conti dell’istituto senese. L’accordo con la banca giapponese ufficialmente ritrovato nell’autunno 2012 in una cassaforte collegava il derivato che stava azzerando i conti di Siena con l’acquisti di titoli di Stato in uno scambio letale che avrebbe portato Mps al definitivo collasso.

“In base alla formula utilizzata, possiamo presumere che la Corte considera esistenti i fatti, ma ritiene, al tempo stesso, che non costituiscano illecito penale”, hanno fatto sapere da Banca d’Italia, unica parte civile al procedimento, che si deve inevitabilmente essere sentita chiamare in causa pur rinviando ogni analisi alla pubblicazione delle motivazioni della sentenza. Reazione comprensibile alla luce degli altri crac bancari che hanno sollevato più di un dubbio. Resta il fatto che nel corso del processo i difensori di Mussari, Vigni e Baldassarri hanno sostenuto che gli ispettori di Bankitalia durante i loro accertamenti avevano a disposizione ogni documento utile a conoscere l’operazione. Tanto che gli ispettori avevano tra le loro carte il cosiddetto deed of amendment, cioè l’atto esecutivo del contratto. “La documentazione era tutta a disposizione della Vigilanza, gli ispettori ce l’avevano”, ha sostenuto in aula uno dei difensori, aggiungendo polemicamente: “Chi ha nascosto cosa in questo processo? Abbiamo dovuto scoprire da noi che gli ispettori sapevano del documento”.

E non è stato l’unico: secondo l’agenzia finanziaria Bloomberg, Bankitalia sapeva dal settembre 2010, due anni prima che la Procura di Siena venisse allertata, che Mps stava nascondendo una perdita di centinaia di milioni di euro verso Deutsche Bank, generata dal derivato Santorini. Un report, presumibilmente ispettivo, del settembre 2010 della vigilanza, emerso nell’udienza del 3 ottobre, mostra – afferma Bloomberg – che gli ispettori erano consapevoli del fatto che l’operazione in Btp imbastita nel 2008 con Deutsche Bank era speculare rispetto a Santorini, su cui Mps stava perdendo 370 milioni a fine 2008.

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