Da pochi giorni a Casale Monferrato (Al) è stato consegnato il premio Ambientalista dell’anno. Un premio organizzato da Legambiente e La nuova ecologia, insieme al Comitato organizzatore che raccoglie un’ampia rete di associazioni locali. E’ un premio dedicato a Luisa Minazzi, donna simbolo della lotta all’amianto, direttrice didattica, ambientalista e amministratrice comunale, morta di mesotelioma nel 2010, a 58 anni. Luisa non lavorava alla Eternit, ma da bambina giocava in giardino su cumuli di fibre, come lei stessa raccontava nelle interviste.

Il premio di quest’anno è stato vinto da Don Marco Ricci, un parroco di frontiera, che insieme ad altri cittadini e sacerdoti di Ercolano (NA) ha saputo sfidare le ecomafie e denunciare l’interramento illegale di rifiuti nella terra dei fuochi. Don Marco ha denunciato l’elevata percentuale di morti ed ammalati nel territorio parrocchiale, ha fondato l’Associazione Salute Ambiente Vesuvio di cui è presidente, vissuto esperienze missionarie ed è anche socio onorario dell’Associazione antiracket Ercolano per la legalità. Così dice Don Marco, di sé: “Sono un pastore, colui che, anche in senso biblico, ha un ruolo di guida. Quello che faccio, come qualcuno sostiene, non è politica. È invece piena applicazione della dottrina sociale della Chiesa di Giovanni Paolo II”.

Oltre a Don Marco Ricci, eravamo candidati al Premio io e la mia famiglia, impegnati da anni nella testimonianza di stili di vita sostenibili, senz’auto e a rifiuti (quasi) zero; Antonello Brunetti di Castelnuovo Scrivia che ha coordinato la mobilitazione contro il Terzo Valico; Isabella Conti il sindaco anticemento di San Lazzaro di Savena in provincia di Bologna; Cristina Gerardis impegnata come avvocato dello Stato contro lo smaltimento illecito di rifiuti nella discarica di Bussi (Pe); il Gruppo cooperativo Goel, gruppo di imprese etiche operanti in Calabria, rappresentato da Fratel Stefano Caria; il giornalista del programma di RaiTre “I dieci comandamenti” Domenico Iannacone; I Manzella Quartet, un gruppo di musicisti che utilizza materiali di riciclo.

Un premio che accomuna tutta Italia, che vuole valorizzare l’impegno di tutti quei cittadini, volontari, parroci, giornalisti, avvocati o semplici genitori che quotidianamente si battono per un mondo migliore, più sano, meno avvelenato dal menefreghismo e dall’inquinamento. Giorno dopo giorno si impegnano, si ribellano a testa alta, nonostante gli ostacoli, l’arroganza, l’incomprensione e l’indifferenza.

Casale Monferrato è forse il simbolo di questa Italia, martoriata ma ribelle. Per decenni sede di una grande fabbrica di eternit (dal latino aeternitas, eternità, un riferimento che ora suona macabro e beffardo). Nata nel 1907 e chiusa nel 1987, la fabbrica Eternit ha decimato la popolazione locale con il mesotelioma e l’asbestosi (i tumori provocati dall’inalazione della polvere di amianto si manifestano dopo tantissimi anni dal contatto: continuano infatti a mietere vittime e il picco dei casi è atteso a partire dal 2020). Sono per ora più di più di 2100 le vittime in un paese che conta appena 34.000 anime. Una vera e propria decimazione, come in guerra.

Casale è un paese che ha saputo lottare, chiedere e protestare, che si è costituito parte civile al processo contro la fabbrica di eternit, che non è sceso a compromessi, che si è ribellato contro la sentenza della Cassazione che ha dichiarato prescritti i reati per disastro ambientale a carico di Stefan Schmideiny, l’industriale svizzero ex proprietario della Eternit, per cui è stato indetto un nuovo processo, l’Eternit Bis per omicidio colposo. Ricordiamo che n Italia la lavorazione e l’utilizzo dell’amianto sono banditi dal 1992, ma in altri paesi del mondo le fibre continuano a essere estratte maneggiate CinaKazakistan e Russia mentre il Brasile ha appena bandito la sua produzione. Perfino il “civile” Canada continua a cavare il minerale per esportarlo nei paesi più poveri, come l’india, dove le fibre killer spesso sono lavorate in casa da donne e bambini.

Casale Monferrato da simbolo dell’amianto è diventato, grazie al coraggio e alla determinazione dei suoi cittadini, un paese libero dall’amianto. Nel 2016 l’area su cui sorgeva l’impianto è stata trasformata in una zona verde con piste ciclabili e un memoriale, simbolo del riscatto e della memoria.

Resta un luogo di dolore e di morte, ma anche di lotta e speranza, di cultura e consapevolezza, di virtù civica e resilienza, da cui prendere esempio in tutta Italia e forse in tutto il mondo. Perché come dice Don Marco Ricci, non basta bonificare i terreni, occorre anche bonificare le coscienze e i cuori. Forse sono quelle le terre più inquinate.

Sostieni ilfattoquotidiano.it: mai come in questo momento abbiamo bisogno di te.

In queste settimane di pandemia noi giornalisti, se facciamo con coscienza il nostro lavoro, svolgiamo un servizio pubblico. Anche per questo ogni giorno qui a ilfattoquotidiano.it siamo orgogliosi di offrire gratuitamente a tutti i cittadini centinaia di nuovi contenuti: notizie, approfondimenti esclusivi, interviste agli esperti, inchieste, video e tanto altro. Tutto questo lavoro però ha un grande costo economico. La pubblicità, in un periodo in cui l'economia è ferma, offre dei ricavi limitati. Non in linea con il boom di accessi. Per questo chiedo a chi legge queste righe di sostenerci. Di darci un contributo minimo, pari al prezzo di un cappuccino alla settimana, fondamentale per il nostro lavoro.
Diventate utenti sostenitori cliccando qui.
Grazie Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

Consumo del suolo, l’allarme dell’Ispra: “Ogni giorno 30 ettari di aree naturali e agricole coperti da asfalto e cemento”

next
Articolo Successivo

Stefano Boeri lancia l’appello per la “forestazione urbana”: “Deve diventare priorità nelle agende dei governi”

next