Una fitta improvvisa dietro la schiena. E’ questa, in molti casi, la prima avvisaglia del mesotelioma pleurico, il tumore inguaribile provocato dall’inalazione di fibre di amianto. Il collegamento diretto e univoco tra la sostanza e la malattia è scientificamente provato da molti anni e non più oggetto di discussione, neppure nelle aule di tribunale.

Il processo di Torino riguarda 2.191 morti, la maggior parte dei quali di Casale Monferrato, in provincia di Alessandria, ma la strage dell’amianto conta decine di migliaia di vittime in tutto il mondo, impossibili da quantificare con esattezza perché non sempre i dati vengono registrati e censiti, neppure in Italia. L’Ilo, l’agenzia del lavoro dell’Onu, stima 120 mila decessi all’anno. E, soprattutto, la strage non è ancora finita. Le ricerche dimostrano che possono passare diversi decenni dall’inalazione della fibra di minerale (potenzialmente ne basta una sola) e lo sviluppo del tumore. A Casale Monferrato ha suscitato grande commozione il caso di Maria Luisa Minazzi, assessore comunale molto impegnata nella battaglia contro l’amianto, morta di mesotelioma nel 2010. Non lavorava alla Eternit ma, come ha ricordato in tante interviste, da bambina giocava in giardino su cumuli di fibre, come fossero sabbia.

L’Istituto superiore della Sanità stima che in Italia il picco di mortalità per malattie legate all’amianto si avrà tra il 2015 e il 2020. Quando a morire saranno i più giovani tra gli operai delle fabbriche, ma anche i bambini degli anni Sessanta-Settanta cresciuti tra tettoie e tubature in eternit (il composto di cemento e amianto inventato dall’ominima azienda svizzera proprietaria dello stabilimento di Casale), diffusissime ovunque.

Ma Casale e gli altri centri dove si lavorava la fibra minerale, molto utilizzata in edilizia e nell’isolamento antincendio, sono una storia a parte. La polvere killer non restava confinata nella fabbrica, ma si spargeva in tutta la cittadina, per esempio durante il trasporto e lo scarico delle forniture. Non solo. A Casale la Eternit usava regalare ai dipendenti gli scarti di lavorazione, che diventavano “ghiaietta” in giardini e cortili. A Monfalcone, in provincia di Gorizia, dove l’amianto era utilizzato in gran quantità nei cantieri navali per coibentare l’interno delle navi e in funzione antincendio, si sono ammalate le mogli di molti operai, per il solo fatto di aver maneggiato le tute da lavoro intrise di polvere, per lavarle. Il processo per omicidio colposo contro una trentina di dirigenti di Fincantieri e di ditte esterne è in corso a Gorizia.

In Italia la lavorazione e l’utilizzo dell’amianto sono banditi dal 1992, ma l’operazione di bonifica dei manufatti esistenti appare un’impresa impossibile, tale è stata la diffusione di questo materiale. Ma in altri paesi del mondo le fibre continuano a essere estratte e maneggiate. Cina, Kazakistan, Brasile e Russia sono i principali produttori mondiali di minerale. Il civile Canada è nel mirino di campagne internazionali (qui il sito dell’organizzazione Ban Asbestos, in inglese) perché continua a cavare il minerale per esportarlo nei paesi in cui la tutela della salute non è una priorità. Come l’India, dove le fibre killer spesso sono lavorate in casa da donne e bambini.

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