La dichiarazione del presidente americano Donald Trump di ieri, nella quale riconosce Gerusalemme capitale dello Stato ebraico, è un chiaro caso di piromania diplomatica. Il presidente statunitense aveva promesso in campagna elettorale di spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme. Alla Casa Bianca – dicono – si potrà fare in tre, quattro anni – dunque non è chiaro se Donald Trump stesso riuscirà a compiere questo passo, nel caso non venisse rieletto per un altro mandato. Ma questo riconoscimento non viene accompagnato da alcun piano di pace. Per risolvere uno dei conflitti più complessi della storia moderna, il presidente americano ha affidato le trattative a suo genero, che certo non è un veterano di trattative di pace.

Da israeliano quale sono, vorrei chiarire che Gerusalemme occidentale è e deve essere la capitale di Israele, e mi sembra alquanto strano e criticabile che l’Unesco neghi il legame fra il popolo ebraico, cittadini dello Stato di Israele, con la Città Santa. Tuttavia, un riconoscimento del genere doveva essere fatto alla fine di un processo di pace, alla nascita “di due Stati per due popoli”, e non prima.

Negli ultimi 10 anni Netanyahu non si è mai dimostrato disposto a trattare con Abu Mazen, e neppure interessato a dare una prospettiva minima di speranza politica. In questo blog ho ricordato diverse volte l’esistenza di una proposta saudita, appoggiata dalla Lega Araba, che propone un accordo di pace che una leadership israeliana pragmatica potrebbe accettare. Temo che Trump non conosca bene la realtà mediorientale e nemmeno le diverse soluzioni portate avanti sia dai predecessori americani che dai leader arabi e palestinesi. La sua proclamazione offre invece il pretesto – ad organizzazioni quali Hamas, Jihad islamico, e perché no anche all’Isis – di compiere atti terroristici in Israele o nelle capitali in Occidente, spacciandosi per difensori musulmani della Città Santa che “l’infedele” americano ha donato allo stato ebraico.

Leader moderati e pragmatici, come il re Abdallah di Giordania, hanno già ribadito in passato che Trump, con la sua dichiarazione, porterà instabilità in Medioriente, anziché l’assestamento necessario a una regione in cui l’Isis è stato sconfitto e la Siria aspetta un nuovo futuro, che tenga conto del fatto che Bashar Al Assad è un feroce dittatore.

Nella destra israeliana, o meglio nell’estrema destra, stasera si festeggerà. Anche Netanyahu, il cui entourage nel Likud è mischiato in vari casi di corruzione (e non è che Netanyahu non abbia i suoi guai giudiziari) festeggerà, perché la dichiarazione del presidente americano gli permetterà di distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica, non più sulla corruzione sua e del suo partito ma su un annuncio che a prima vista può sembrare tema di grande politica: gli Stati Uniti riconoscono Gerusalemme come capitale di Israele.

L’opinione pubblica israeliana è stufa del malgoverno che il Likud ha dimostrato negli ultimi mesi. Sabato 2 dicembre decine di migliaia di cittadini sono scesi a Tel Aviv per le strade del centro, in segno di protesta contro le leggi ad personam che Netanyahu e i suoi fedelissimi parlamentari hanno cercato di far passare. Il tentativo è quello di salvarlo dalle indagini della polizia israeliana su tangenti e regali smisurati che lui e sua moglie avrebbero ricevuto da miliardari israeliani, residenti all’estero.

Ho la sensazione che l’attuale amministrazione americana si limiterà a questo gesto e non sposterà mai l’ambasciata a stelle strisce a Gerusalemme. Netanyahu incasserà questa dichiarazione di riconoscimento e cercherà di “venderla” agli israeliani come frutto del suo lavoro di primo ministro, nonché ministro degli Esteri (è singolare che uno Stato come Israele non ne abbia uno vero e proprio). E se Trump gli chiederà l’avvio di un processo di pace, o almeno di congelare la nascita di nuove colonie nei Territori, il leader israeliano troverà il modo di far perdere tempo e speranza al suo popolo e ai suoi vicini.