Il taglio dei finanziamenti alla ricerca costituisce un ulteriore contributo del presente governo allo slittamento inesorabile dell’Italia nella palude senza fondo del declino economico, sociale e culturale. E’ assolutamente inaccettabile che una funzione che risulta oggettivamente di grande importanza per ogni Paese sia oggi svolta in condizioni a dir poco deprecabili, da migliaia di giovani e meno giovani condannati a un’esistenza di precarietà. Lo striscione che addobba da qualche giorno il Cnr occupato a Palermo ci informa che si tratta di ben 8.800 persone. Che si aspetta a stabilizzarle? Il percorso di stabilizzazione avviato dalla legge Madia minaccia di infrangersi sullo scoglio della mancanza dei fondi. Come denunciato dalla lettera aperta a Paolo Gentiloni inviata il 7 novembre, con le risorse previste sarebbe possibile stabilizzare solo 300 precari: una goccia nel mare. Occorre invece che il governo stanzi risorse adeguate e i presidenti degli enti di ricerca, primo fra tutti quello del più importante, e cioè Massimo Inguscio del Cnr mettano in moto meccanismi di stabilizzazione adeguati e generalizzati.

Del resto, il dilagare del lavoro precario in ogni settore delle attività economiche costituisce una vera e propria minaccia per il futuro del nostro Paese. L’Italia, al pari di altri Paesi, è diventata terreno di caccia per le multinazionali come Amazon, che sottopongono i dipendenti a condizioni di lavoro massacranti, approfittando proprio della loro condizione precaria che le espone al costante ricatto padronale. Per non parlare della schiavitù nei campi cui sono condannati, mediante il capolarato, braccianti africanti e non solo. E’ questo il risultato avvelenato di tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi venti e più anni. Sbriciolare la forza-lavoro per renderla assolutamente malleabile a qualsiasi desiderio e ordine del capitale, aggravando conseguentemente la situazione del Paese da tutti i punti di vista.

Si pensi al tema del debito pubblico, tormentone cui ricorrono i neoliberisti per giustificare i continui tagli alla spesa pubblica (mai peraltro evocando l’esigenza della doverosa lotta all’evasione fiscale e contributiva). Apprendiamo che “durante i governi Renzi e Gentiloni, il debito è aumentato di oltre 176 miliardi, mentre sono scesi al minimo storico gli investimenti pubblici” (Marco Bersani sul manifesto di sabato 25 novembre). Sempre Marco Bersani ci informa che, secondo l’ultima ricerca del Centro Studi di Unimpresa, tra il 2015 e il 2016 la popolazione a rischio di povertà è salita in Italia alla cifra di 9 milioni e 347 mila. Insomma, a questi governi è riuscita un’impresa davvero mirabile, aumentare il debito pubblico, riducendo al tempo stesso notevolmente gli investimenti pubblici e aggravando in modo insostenibile la situazione sociale del Paese.

Ciò è potuto avvenire perché questo governo, come del resto quelli che lo hanno preceduto, manca di una propria autonomia dal punto di vista intellettuale e si affanna solo per accontentare i desideri delle lobby industriali e finanziarie, con l’obiettivo di mettere a loro disposizione i fondi pubblici (mediante il gioco degli interessi sul debito e quello dei derivati e altri capolavori di ingegneria finanziaria) e una manodopera sempre più passiva e votata a ogni genere di sfruttamento (si vedano in questo senso anche le combinazioni fra studio e lavoro proposte dall’ineffabile Fedeli nell’intento di trasformare la scuola italiana in una fabbrica di robot disciplinati e decerebrati).

Ovviamente così non può andare. Come spesso accade, e tanto più succede nei momenti di crisi acuta e devastante, inutile aspettarsi contributi positivi o idee brillanti da governo e padronato, paghi di potere continuare a pilotare la barca che si sta inabissando (o anche solo a fare finta di farlo). L’unica risposta valida è quella che proviene dai diretti interessati, che chiedono, non solo nel loro interesse ma in quello del Paese, lavoro stabile, condizioni di lavoro degne, retribuzioni conformi ai principi stabili dall’art. 36 della Costituzione e che quindi devono essere tali da consentire a lavoratori/trici e famiglie una vita libera e dignitosa. Tutto il contrario, quindi, di quello che ci viene giornalmente ammannito da Gentiloni, Padoan & C.

Per questo occorre guardare con favore alle lotte, come l’occupazione del Cnr avvenuta nei giorni scorsi o lo sciopero del personale di Amazon e di altre imprese di logistica. Per questo occorre guardare con favore alle aggregazioni politiche, come Potere al popolo, nata nei giorni scorsi su iniziativa di vari centri sociali e collettivi di lavoratori e lavoratrici, che si propongono di trasformare a fondo la politica italiana, da nido di privilegi e corruzione a strumento per cambiare davvero la società e l’economia, senza più delegare tale compito a un ceto politico che, nelle sue varie declinazioni (destra, “sinistra” o cinquestelle) si è dimostrato assolutamente fallimentare.