Alla fine è successo davvero: la nazionale italiana fuori dai Mondiali. Pensavo che il peggio che potesse mai accadere fosse stato vivere in Danimarca al tempo del famoso 2-2 tra Svezia e Danimarca (Europei 2004), la partita che allora ci costò l’eliminazione. Quello di adesso per me è un dramma nel dramma, perché parte della mia famiglia e amici proviene da quel Nord Europa che i Mondiali li vivrà da protagonisti. Un’intera generazione di giovani sarà traumatizzata da questo evento infausto.

Tentiamo di trovare un lato positivo in questo disastro. Qualcuno potrebbe suggerire che sia le dimissioni del presidente della Figc Tavecchio. In un altro paese scelto tra quelli che ai Mondiali ci saranno, Tavecchio avrebbe lasciato molto prima a causa delle sue infelici espressioni su “mangiare banane” e “pedigree” riferito a calciatori di origine straniera (vedi l’articolo del direttore Peter Gomez).

In Italia, però, il pensiero dominante era che noi, nonostante tutto, in un modo o nell’altro, ai Mondiali ci saremmo andati lo stesso, perché in Italia le cose si aggiustano sempre. L’eliminazione non è certo avvenuta per caso: questa squadra i suoi limiti li aveva già ampiamente mostrati

È stato calcolato che nella sventurata notte di San Siro siano andati in fumo almeno 25 milioni di euro.

L’imperativo, quindi, è di apprendere la lezione e ripartire. Oltre alla nazionale di calcio però, c’è un altro settore sul quale varrebbe la pena accendere i riflettori: il mondo della ricerca. Da anni oramai, è in atto un sistematico processo di disinvestimento nell’università e formazione superiore, perseguito con l’analoga superficiale tenacia che ha portato al disastro della nazionale azzurra. Ed è bene ricordarlo, tutto questo non dipende da destra o sinistra, perché le sciagurate politiche iniziate della cosiddetta “riforma Gelmini” sono poi state abbracciate, e se possibile ancora peggiorate, da tutti i governi successivi.

Il “colpo di genio” era che il mondo della ricerca nonostante i tagli indiscriminati e le soluzioni surreali proposte “se la sarebbe cavata lo stesso”. Purtroppo, questo non è successo. Ecco un video divertente che spiega l’entità del disastro, e il confronto impietoso con Francia e Germania, due paesi che il Mondiale se lo godranno, a differenza nostra.

La favoletta con la quale si è maldestramente tentato di giustificare tutto questo è stata – ma i soldi li assegneremo in modo più “meritocratico”! In realtà, gli aspetti critici presenti nell’università, quelli per cui i giornali titolano “concorsi truccati” e roba simile, non sono stati neppure marginalmente toccati, e infatti gli scandali sono sempre lì. Coloro che sono invece stati penalizzati sono prima gli studenti, a partire dal taglio delle borse di studio (gli “idonei e meritevoli” senza borsa). Successivamente, la scure dei tagli si è abbattuta su chi lavora nei laboratori. La sicurezza ha un costo, e senza sostenerlo purtroppo l’unica soluzione è chiuderli. Come non condividere il grido di dolore lanciato da Andrea Bellelli su questo spazio, nel quale dichiara di voler abbandonare la ricerca sperimentale?

Si potrà obiettare che l’università costa e che i soldi “non ci sono per nessuno”. Quello nell’università è però un investimento. La crisi c’è stati per tutti gli Stati europei, ma solo pochissimi hanno tagliato nel settore istruzione e ricerca, e tra questi primeggia l’Italia.

Anche l’olio della macchina è una spesa, ma non metterlo non costituisce affatto un risparmio, dato che rifare il motore è decisamente più oneroso. Per avere un’idea solo dei costi diretti derivanti dalla politica di disinvestimento, basti pensare che nel settore ricerca la differenza tra quanto l’Italia dà all’Europa e quanto riceve ammonta a qualcosa dell’ordine di 300 milioni di euro l’anno. Non si tratta semplicemente di 25 milioni “una tantum” come quelli derivati dalla mancata qualificazione della nazionale ai Mondiali.

Tavecchio e Ventura si sono dimessi. In contrasto, nessuno dei responsabili del disastro in cui è stata calata la realtà della ricerca italiana sembra almeno chiedere scusa. Anzi: si continua a proporre soluzioni improvvisate, come quella dei 3000 euro annui a testa per finanziare le attività di ricerca di base (un piccolo e lodevole passo nella direzione giusta, ma con una cifra del tutto insufficiente per tenere in attività un laboratorio di ricerca) ma solo (qui il “colpo di genio”) al “75%” migliore.

Per continuare il paragone con il calcio, sarebbe come se anziché esonerare Ventura, lo si lasciasse allenatore per le prossime qualificazioni agli Europei. Però, con la proposta innovativa di dare un solo scarpino al “75% migliore” della squadra e niente calzature a quelli in panchina “per risparmiare, tanto non giocano”.

Senza investimenti, non si fanno i miracoli e non si va da nessuna parte. Ossessionati dal timore che qualche briciola sia spesa male (anche se a volte ricerche apparentemente improbabili portano a risultati inaspettati), si fallisce la qualificazione ai Mondiali per risparmiare sugli scarpini. Sarebbe il caso che le varie formazioni politiche, al momento intente a scrivere i programmi elettorali, si rendano conto di una priorità assoluta: finanziare università e ricerca per far ripartire il paese.

PS: una richiesta motivata di finanziamenti è alla base della “giornata del riscatto”, una mobilitazione organizzata per oggi nelle università pubbliche (https://riscattouniversitapubblica.org/)