Domani, venerdì 24 novembre, le università italiane si fermano. O, se ribaltiamo il punto di vista, si mettono finalmente in moto: per tutto il giorno, in decine di sedi diverse, ci saranno conferenze di ateneo, assemblee spontanee, presidi in rettorato, lezioni in piazza.

Dopo lo sciopero degli esami di settembre per il reintegro degli scatti stipendiali dei docenti di ruolo, negli ultimi mesi è nata una mobilitazione ampia e condivisa, che ha raccolto intorno a sé tutte le componenti dell’università. Dagli studenti ai bibliotecari, dai dipendenti amministrativi ai professori, dai dottorandi ai tecnici, dai ricercatori assunti a tempo indeterminato ai precari della ricerca: tutti insieme per riflettere sulle criticità dell’attuale sistema e chiedere, uniti, un cambio di rotta.

Le politiche degli ultimi anni, a partire dalla legge Gelmini del 2010, hanno infatti portato a un taglio consistente delle risorse destinate all’università pubblica e alla ricerca nel nostro paese. Abbiamo uno dei rapporti numerici docenti/studenti peggiori d’Europa, così come uno dei tassi più bassi di ricercatori per abitanti. Ma, al contempo, tasse universitarie elevatissime e interventi del tutto insufficienti in tema di diritto allo studio: poche borse di studio e pochissimi contributi abitativi per gli studenti, che contribuiscono a collocare l’Italia al penultimo posto su 33 paesi Ocse per numero di laureati. Dopo di noi, solo il Messico.

Siamo di fronte a un sistema invecchiato e indebolito, dove l’instabilità è diventata strutturale a causa del blocco del reclutamento. Ai lavoratori precari è infatti affidata ormai una quota consistente dell’attività di ricerca, di didattica e di gestione delle strutture. Con contratti al limite della decenza e stipendi da fame: ci sono ricercatori con esperienza decennale che vengono pagati con “borse di addestramento alla ricerca” da poche centinaia di euro al mese, docenti che fanno lezione in aule universitarie per 3 euro l’ora, bibliotecari che dipendono da cooperative esterne e sono pagati a cottimo.

Ecco allora che per contrastare questa situazione e chiedere alla politica un intervento forte a favore del sistema universitario nasce la mobilitazione di venerdì, con iniziative in tutto il paese, da Torino a Catania, da Milano a Palermo, da Firenze a Napoli passando per Pisa, Genova, Padova e molte altre. Un momento di confronto, di proteste e di proposta per il riscatto dell’università italiana, in attesa della versione definitiva della legge di bilancio, che al momento prevede solo briciole per gli atenei.