Le liste per le elezioni siciliane piene zeppe di consiglieri indagati, imputati e condannati? “Da 70 anni le liste in Sicilia sono frequentate da personaggi chiacchierati“.  L’inchiesta su Luigi Genovese, il rampollo di Francantonio eletto a furor di popolo con Forza Italia e subito finito indagato per riciclaggio? “Io non l’avrei candidato”. Il problema dei candidati impresentabili che si ripropone a ogni tornata elettorale? “Serve una modifica della legge sulle candidature“. Non lo dice di Rosy Bindi, presidente della commissione Antimafia chiamata a vigilare sulle liste con tempi stretti e normative poco agevoli. Non sono neanche le dichiarazioni di un magistrato antimafia come Nicola Gratteri, che ha recentemente rilanciato l’allarme sulla capacità delle organizzazioni criminali a infiltrarsi nella politica. Sono invece le parole scelte da Nello Musumeci, neoeletto governatore della Sicilia, alla sua prima uscita pubblica fuori dall’isola dopo la vittoria del centrodestra in Regione.

Peccato che lo stesso presidente sia sostenuto da candidati con gravi pendenze giudiziarie, come testimoniato dall’inizio di fuoco dell’Assemblea regionale siciliana: dalla data delle elezioni è finito sotto inchiesta un neoletto ogni quattro giorni. Quei portatori di voti, però, hanno inciso in maniera fondamentale sulla sua vittoria, anche se rappresentavano la prima freccia dell’arco dei suoi avversari politici in campagna elettorale. “I candidati li hanno scelti le liste: io i loro nomi li ho appresi dai giornali“, aveva sostenuto Musumeci – non senza imbarazzo – durante l’unico confronto televisivo con gli altri aspiranti governatore. Una situazione delicata che – come ampiamente prevedibile – si è aggravata già nelle ore successive al 5 novembre quando le indagini in corso già in precedenza hanno fatto il loro corso.

Invece di fare mea culpa, però, il governatore dell’isola rilancia come se quello dei candidati sotto inchiesta non fosse un problema suo. E da Milano invoca la richiesta che era stata fatta da più parti alla sua coalizione durante la campagna elettorale: le liste pulite. “Serve una modifica della legge sulle candidature. Un codice etico sottoscritto da tutte le forze politiche”, dice convinto Musumeci intervenendo agli Stati generali della lotta alle mafie. L’evento perfetto per ricordare al pubblico come sia presentabile per la legge un politico che passeggia in centro con un capomafia anche se si tratta di un fatto eticamente sbagliato. Un ragionamento ineccepibile e condivisibilissimo che però, nel caso di specie, ha un unico punto debole: il ragionatore.

Musumeci, infatti, si appella al Parlamento per trovare una soluzione legislativa agli impresentabili proprio nel day after che ha travolto Luigi Genovese, rampollo di Francantonio eletto in consiglio regionale a soli 21 anni con più di 17mila voti. Preferenze fondamentali per far schizzare Musumeci nel collegio di Messina dove ha addirittura doppiato il diretto concorrente, cioè Giancarlo Cancelleri, del Movimento 5 stelle. Il giovane Genovese era già “incluso” negli elenchi dei cosiddetti impresentabili a causa della condanna in primo grado a undici anni collezionata dal padre. “È incensurato e uno studente universitario di 21 anni. Se fosse mio figlio, prenderei a calci nel sedere chi dice che è impresentabile solo perché è figlio di un condannato in primo grado”, dice il neogovernatore nonostante da poche ore anche il giovane Genovese sia finito nel mirino della procura di Messina. Da ieri, infatti, è indagato per riciclaggio all’interno di un’inchiesta che ha portato a sequestrare beni per 100 milioni di euro alla sua famiglia.

L’inchiesta dei magistrati peloritani disegna i reati che sarebbero stati compiuti da tre generazioni della dynasty Genovese: era proprio necessario, dunque, candidare uno di quella famiglia? Sul punto Musumeci se ne lava le mani: “Io non l’avrei candidato se fosse stato nel mio partito, il coordinatore del suo partito, però, se ne è assunto la responsabilità”. Ma non poteva l’aspirante governatore – cioè il frontman della coalizione – chiedere al coordinatore di Forza Italia – che è il redivivo Gianfranco Micciché – di fare più attenzione ai candidati? Soprattutto perché la campagna elettorale per le elezioni siciliane è stata più di ogni altra segnata dalle polemiche – anche estreme – per la presenza di candidati noti alle procure di tutta l’isola. “Io mi indigno di coloro che si indignano. Da 70 anni le liste in Sicilia sono frequentate da personaggi chiacchierati“, tuona, però, il governatore dal capoluogo milanese.

Facendo finta di non sapere che più di ogni altre, le liste frequentate da personaggi chiacchierati alle ultime regionali erano le sue. Musumeci, infatti, ha vinto le elezioni grazie ai 108.266 voti in più rispetto a quelli raccolti da Giancarlo Cancelleri. La differenza con le preferenze portate dai cosiddetti “impresentabili” è minima: undicimila voti. Già durante le elezioni, infatti, ilfattoquotidiano.it aveva acceso i riflettori su alcuni aspiranti consiglieri regionali: 18 correvevano con il centrodestra e hanno raccolto ben 93.236 preferenze. Non erano solo indagati o condannati, ma anche quelli con legami familiari o trascorsi personali che sollevavano più di qualche dubbio. Molti di quei nomi – anzi, quasi tutti – sono finiti agli atti della commissione Antimafia, che però non ha ancora fornito gli elenchi di chi è in effetti un impresentabile e chi no.

Più repentina è stata invece la magistratura: solo per rimanere nelle liste di centrodestra, infatti, in pochi giorni sono finiti nei guai quattro candidati. Cateno De Luca dell’Udc è stato il primo: gli hanno dato gli arresti domiciliari (revocati dopo 15 giorni) per evasione fiscale ma ha contribuito alla vittoria di Musumeci – e lo ha rivendicato più vote – con 5.418 preferenze. Meno clamorosa l’indagine per peculato su un ente gestito fino a luglio da Tony Rizzotto, primo consigliere regionale eletto dalla Lega in Sicilia con 4.011 voti. Diverso è il caso di Riccardo Savona, tornato all’Ars con Forza Italia grazie a 6.554 elettori ma subito accusato di truffa e appropriazione indebita dalla procura di Palermo. Poi c’è voluto un servizio delle Iene per fare aprire un’indagine dalla procura di Catania: una donna ha raccontato di avere ricevuto una offerta di 50 euro in cambio del voto per il candidato di Forza Italia, Antonio Castro, non eletto nonostante abbia portato alla coalizione 1.437 voti. Quindi è stata la volta di Genovese junior: è il quarto consigliere eletto dal centrodestra a finire sotto inchiesta a 18 giorni dalle elezioni, il quinto se si considera che nel centrosinistra Edy Tamajo si è visto recapitare un avviso di garanzia per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione elettorale.

Vanno ad allungare una lista che comprende altri due consiglieri di centrodestra con procedimenti penali pendenti già prima delle elezioni: sono Marianna Caronia di Forza Italia, che ha preso 6.370 voti nel collegio di Palermo ed è indagata nell’inchiesta sugli appalti del trasporto marittimo regionale, e Giuseppe Gennuso eletto a Siracusa dall’Udc con 6.557 voti nonostante un’indagine per truffa. Il giorno dell’insediamento del nuovo Parlamentino regionale, quindi, a Palazzo dei Normanni ci saranno già sette consiglieri con problemi giudiziari (sei soltanto nella maggioranza): in pratica il 10% dell’intero consiglio appena eletto. “Il problema è che manca una centrale unica dei carichi pendenti“, allarga le braccia Musumeci. Che forse davanti a qualche nome avrebbe semplicemente potuto dire quattro parole ai leader dei vari partiti: o io o loro.

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