Se penso ai miei genitori e ai loro amici quando avevano l’età che ho io adesso, rivedo uomini e donne molto diversi dalla realtà che mi circonda. Persone con vite ordinarie che viaggiavano su tragitti lastricati e sicuri. In qualche modo le loro vite avevano talmente tante sicurezze da risultare alle volte noiose: lavoro fisso, pensione assicurata, il partito da votare, la famiglia tenuta insieme da una salda impronta cattolica, anche se poi in chiesa non ci andava nessuno. Semplici cliché che sanno di serenità e che a tanti della mia generazione (ma anche a quelle dopo) oggi mancano completamente.

Da ragazzi siamo cresciuti con la certezza di appartenere a uno schieramento: eri di destra o di sinistra. Il tuo atteggiamento alla vita e i rapporti con il mondo, fatti di scelte e convinzioni, passavano attraverso quello spirito identitario. Impensabile frequentare i membri dell’altro emisfero, troppo distanti dalla tua scala di valori. Quando andavi a votare indugiavi guardando la scheda con rispetto, annusavi nella cabina l’odore di storia e passato, e fissavi quei simboli che ti sussurravano l’eco dei grandi uomini. Quelle sigle inglobavano la tua visione del mondo e sapevi che nello sceglierli facevi “la cosa giusta“.

Gli stessi che come me discutevano di politica intorno a un tavolo fumoso fino alle tre del mattino, scrollano ora le spalle, vinti e afflitti, e mi dicono che “non sanno per chi votare” o che addirittura non ci andranno neppure, fatto impensabile fino a 15 anni fa. La perdita di quegli ideali, ingenuamente illusori e facilmente manipolabili, ha lasciato un vuoto politico oltre a un senso di incompiutezza e abulia, con buona pace di chi, distruggendo le aspirazioni di una società civile, si gode ora la sua pensione d’oro.

Quando ci siamo affacciati al mondo del lavoro, con le nostre lauree o i nostri diplomi, abbiamo cominciato a sentire per la prima volta parole come Co.co.co. e Co.co.pro, sfociate poi nel simbolo di un precariato senza fine. Ho amici che lavorano da anni nello stesso posto di lavoro e da anni si chiedono, alla scadenza del contratto, se saranno riassunti. Abbiamo sentito dire fino allo sfinimento che era arrivata l’ora dei giovani ma intanto ai vertici, gli stessi ultra settantenni, conservano con ingordigia e ostinazione gli incarichi che avevano promesso a noi.

Ci avevano detto che il futuro era nelle nostre mani, ma si sono scordati di dirci che il nostro posto era altrove, che il nostro tempo era coniugato al passato. O forse, che i nostri sogni erano troppo grandi e dovevano essere ridimensionati. In famiglia siamo sempre riusciti ad andare in vacanza e i miei genitori, nonostante due stipendi da statali, riuscivano in quello che ora è inimmaginabile: risparmiavano. Accantonavano quel tanto che ci permetteva di far fronte alle spese impreviste e alle ferie ogni agosto.

Con l’ingresso trionfale nella moneta unica oggi si tira a campare, si vive più a lungo in casa coi genitori, le vacanze sono mordi e fuggi e la casa di proprietà è una conquista infinitamente più ardua, anche per colpa di quel precariato su cui nessuna banca vuole rischiare. Il lavoro è una lunga parentesi accidentata tra la vita adulta e una maturità inoltrata, quante volte abbiamo detto di essere la generazione che “non andrà mai in pensione”.

Viviamo in prima linea la grande rivoluzione tecnologica e siamo sempre tutti connessi, ci stimiamo delle nostre foto ritoccate e delle nostre citazioni quasi colte, anche se poi ci sentiamo sempre più soli e viviamo vite insoddisfacenti fingendo col mondo che tutto vada a gonfie vele. E’ vero, guardando la vita dei miei genitori marciare su frequenze ben sintonizzate, in una routine consolidata, ho provato più volte un senso di oppressione. Ora però l’assenza di qualsiasi punto fermo fa sembrare il presente traballante e il futuro un enorme buco nero dove non si intravede da che parte andare.

E proprio quando credevi che alcune sicurezze fossero incrollabili, che malgrado tutto su qualcosa si poteva ancora contare, ci hanno tolto pure i Mondiali.