La nostra collaborazione con la cosiddetta Guardia Costiera libica è al centro dell’accordo sui migranti siglato tra il governo italiano e quello di Tripoli lo scorso 2 febbraio e della missione navale approvata dal Parlamento il 2 agosto. Ma anche delle accuse di coinvolgimento nei traffici di esseri umani. “Abd al-Rahman Milad è coinvolto nel traffico di uomini”, si legge in un report del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Il diretto interessato risulta a capo della Guardia Costiera di Zawiya, città lungo la costa della Tripolitania a 40 chilometri da Sabrata. E di “grave collusione tra singole unità della Guardia Costiera ed i trafficanti di esseri umani”, scrive la magistratura italiana nel provvedimento di sequestro della Iuventa, la nave della ong Jugend Rettet accusata dalla Procura di Trapani di connivenze con gli scafisti. Poi, nelle ultime settimane, il dibattito è stato riacceso da un video di Sea Watch, ong tuttora operante nel mediterraneo. Le immagini mostrano il comportamento dell’equipaggio di una motovedetta libica nel corso di un’operazione di salvataggio, comportamento costato la vita a una cinquantina di migranti. “Rivendichiamo i risultati in termini di rafforzamento della capacità della Guardia costiera libica di controllare i confini marittimi”, risponde sul tema l’ambasciatore italiano in Libia Giuseppe Perrone, a Milano in occasione di un convegno organizzato dall’Ispi, l’Istituto per gli studi di politica internazionale. Perrone chiede rispetto per i guardacoste libici: “E’ molto facile guardare dall’Italia e dare lezioni, ma quel lavoro lo fanno anche subendo minacce e ripercussioni personali”, dichiara. E spiega: “Vero, c’è un problema di addestramento e noi cerchiamo di stare attenti a chi addestriamo, con l’obiettivo di elevare ulteriormente gli standard anche sul fronte del rispetto dei diritti umani. Ovviamente non è tutto limpido nella Guardia Costiera, ma qual è l’alternativa? Lasciarla destrutturata? Non è per noi una strada percorribile”. Quanto alla situazione del governo di Tripoli, quello di Accordo Nazionale guidato da Fayez al-Sarraj, l’ambasciatore italiano dichiara che, pur con tutti i limiti del caso, vanno riconosciuti i passi avanti anche dal lato della sicurezza e del controllo del territorio. Considerazioni curiose per un diplomatico che che di fronte a una domanda dal pubblico ammette: “Stiamo in ambasciata sette giorni su sette, tranne il tempo che passiamo fuori per impegni di lavoro”

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