Credo di non avere mai adorato una tennista come Jana Novotna. Era talento puro. Un talento senza controllo: pura grazia, pura estetica. Emotivamente fragilissima, la ricordo soprattutto nel 1993, quando giocò un tennis divino a Wimbledon. Spazzò via la Sabatini e pure la Divina Navratilova: insieme generavano un genio senza pari nel tennis femminile. In finale trovò la ferocissima e freddissima Graf. Jana aveva già vinto, ma si spense sul 4-1 40-30 terzo set. Ebbe uno dei suoi black-out e addio. Sconfitta dolorosissima. Non l’unica. Due anni prima, avanti di un set, aveva perso la finale agli Australian Open con la Seles. Ma il suo torneo prediletto era Wimbledon: lì il suo serve and volley creava abracadabra continui. Nel 1997 un’altra chance: finale con la Mirabile Martina Hingis. Jana andò ancora una volta avanti di un set. E ancora una volta perse al terzo. Tre finali Slam perse su tre. Sembrava una maledizione. E invece, quando non pareva più possibile, riuscì a vincere il “suo” Wimbledon. Nel 1998, contro la Tauziat. Più che una vittoria, fu il giusto risarcimento a una carriera bella e maledetta. Una vittoria per cui gioirono tutti. Oggi Jana se n’è andata. A 49 anni. Grazie di tutto, Artista.

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