Totò Riina è morto. Muriu. Ha chiuso il cerchio il giorno del suo compleanno e con la coerenza al “voto” di omertà, che ha fatto di lui il capo dei capi, si è portato dietro tutti i segreti che hanno insanguinato un’intera stagione. Ma davvero ci aspettavamo che fosse lui a raccontarci cosa c’era dietro le guerre di mafia; chi erano protagonisti e mandanti delle stragi del 1992 o degli attentati (riusciti e falliti) nel continente o addirittura gli accordi, le trame, le trattative che in quegli anni hanno verosimilmente tenuto insieme Cosa Nostra e apparati dello Stato? Più che di speranza, in questo caso avremmo dovuto parlare di miracolo, se davvero avesse parlato.

Riina, classe ’33, incarnerà per sempre il simbolo di una stagione che vorremmo tutti dimenticare. La scalata interna alla mafia corleonese, la conquista di Palermo, la sfida allo Stato, i suoi 24 anni di latitanza, i suoi 26 ergastoli, i segreti intorno alla sua cattura, le chiacchiere “rubate” nel carcere di Opera e addirittura, anche il suo lessico stentato, hanno contribuito ad alimentare un mito del male e in quanto tale, si è assicurato vita eterna. Siamo però sicuri che la morte dell’uomo, avrà ripercussioni sulla mafia di oggi?

È comprensibile che il procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti non abbia concesso gli arresti domiciliari con l’acuirsi della malattia. Riportarlo a Corleone sarebbe stato uno schiaffo ai parenti delle vittime e al contempo un incentivo a quanti tutt’oggi vivono nel suo mito. Dire però che fosse il capo di Cosa Nostra fino a ieri notte, appare sganciato dalla realtà. Significherebbe immaginare la mafia, sempre uguale a se stessa sin dai tempi del Maxi Processo. Negli anni Ottanta è stata scattata una fotografia nitida e precisa di questa organizzazione criminale. Per la prima volta ne abbiamo conosciuto la struttura, il sistema, i codici, il linguaggio, i nomi e i metodi, ma negli ultimi 30 anni la mafia si è dovuta continuamente reinventare, con una eccezionale capacità camaleontica e sappiamo per certo che, dal gennaio del 1993, data dell’arresto di Riina, la commissione (ovvero il vertice della cupola) non si è più riunita.

Eppure la mafia c’è ancora, continua a controllare il territorio, a fare business e a dialogare con la politica, quando non diventa essa stessa politica. Il problema è che allo stato dell’arte non siamo più in grado di descriverla con dovizia di particolari e oggi ci si chiede che forma ha, chi sostituirà Riina e soprattutto se qualcuno lo sostituirà, perché dagli elementi che abbiamo in mano sembra che la piovra abbia perso la struttura verticistica che la caratterizzava, lasciando in strada cani sciolti che conquistano piccole o grandi fette di “mercato”. Gruppetti che si sfidano o si alleano, a seconda delle esigenze, anche con altre realtà criminali, come la ‘ndrangheta o la mafia nigeriana.

L’attenzione deve rimanere altissima, con la morte di Totò u curtu non ci abbiamo guadagnato nulla, ma oggi più che mai, vale la pena di ricordare le sue vittime e anche i suoi alleati. Soprattutto quelli che in teoria non avrebbero vincoli di omertà mafiosa e farebbero ancora in tempo a parlare.