Un ragazzo di 20 anni viene da me perché, dopo aver frequentato con ottimi risultati il primo anno di ingegneria, si sente insoddisfatto. Ha la sensazione che le materie studiate siano aride e troppo tecniche. Durante il liceo ha conseguito sempre risultati strepitosi e sognava un futuro in cui divenire importante e famoso. Pensa al suo eventuale lavoro di ingegnere con una certa tristezza. La sorella, più grande di alcuni anni, già ingegnere lavora per una ditta. Lui la vede bloccata in una occupazione che le assorbe tutta la giornata, dalle sette del mattino quando parte da casa, alle 18,30 quando rientra. Immagina se stesso in questo ruolo e prova profonda tristezza e mancanza di desiderio per raggiungere questo traguardo. Ha comunicato ai genitori la decisione di abbandonare ingegneria per cercare altre professioni. Quello che mi colpisce è che una delle opzioni più gettonate è l’idea di intraprendere la strada per divenire un cuoco.

Non sopporto più le trasmissioni dei cuochi in tv. A pelle sento una repulsione verso questo eccesso di esposizione della “filosofia” del cucinare. Alcuni anni orsono ero più tollerante e ben disposto verso la cucina. Mia moglie, come preside di una scolaresca, e mio figlio andarono a Milano in occasione dell’Expo a un evento organizzato da Massimo Bottura, cuoco celebratissimo di Modena, fra i pochi a non andare in tv, e mi riportarono le sue “visioni” di una cucina sostenibile. Mi piacquero e in seguito quando, sempre Bottura, fece una conferenza con colleghi psichiatri sarei voluto andare ad ascoltarlo. Non ero pregiudizialmente contrario ai cuochi. Ora lo sto diventando.

Questa sovraesposizione mediatica di tutto quello che riguarda il cucinare mi sta rompendo le scatole. Mi viene voglia di mangiare una scatoletta di tonno con un tozzo di pane per ribadire la mia libertà di nutrirmi come mi pare. Soprattutto mi viene la pelle d’oca a sentire filosofeggiare sulla cucina. Non se ne può più!

Ho raccontato prima la storia del mio paziente e, successivamente, la mia emozione per introdurre ora una riflessione. Il sistema pubblicitario vuole imporre una visione consumistica del vivere. Tutti i giorni ribadisce negli spot, nelle trasmissioni, sui giornali e sui media che occorre godere qui ed ora le delizie della vita senza imbarcarsi in progetti per il futuro. I nostri ragazzi lo hanno fortemente recepito per cui la tendenza a costruire una famiglia sposandosi e avendo un figlio sta drasticamente crollando.

Non mi si venga a dire che è solo un problema di mancanza di prospettive lavorative o di denaro. Certamente, in alcuni casi questo potrà incidere, però non si spiegherebbe l’enorme aumento dei consumi nel campo della cura della persona, dei viaggi, dei mezzi di trasposto e di tutto ciò che è voluttuario. I nonni degli attuali ragazzi di vent’anni avevano meno possibilità di loro però decidevano di andare in affitto per sposarsi e mettere al mondo un figlio.

La società consumistica ha inculcato l’idea che occorre godere ora. Quelli che un tempo erano vizi capitali stanno gradualmente divenendo virtù. La gola sembra debba divenire centrale nella nostra vita mettendo in sordina l’impegno, la dedizione e il sacrificio. Forse in queste mie elucubrazioni domenicali che offro ai lettori sono troppo drastico? Anche nella cucina esiste l’impegno per imparare una tecnica, la dedizione all’altro che mangerà e sicuramente il sacrifico. Quando però alla tv imperversano trasmissioni sui cuochi e la cucina ho la sensazione che sia solamente un mezzo subdolo per distrarre la gente, e soprattutto i nostri giovani, dalle sfide ben più importanti e fondamentali per la loro vita.