Qualche giorno fa una nutrita rappresentanza degli abitanti di Città Studi a Milano ha manifestato il proprio dissenso verso alcune iniziative, urbanistiche e finanziarie assieme, che traslocheranno importanti sedi scientifiche e didattiche verso altri lidi.

Gente comune, che dopo aver lavorato tutto il giorno, aveva sentito il bisogno di esprimere la propria opinione. E lo ha fatto in modo civile e ordinato, con una fiaccolata lungo le vie del quartiere. Se le persone che avevano iniziato il percorso erano poco più di un migliaio, lungo il tragitto il corteo è progressivamente cresciuto e qualcuno ha valutato in migliaia i partecipanti, come mostrano alcuni video apparsi sul web. Un’adesione significativa per un municipio di circa 140mila abitanti, nell’epoca delle passioni tristi e dell’astensionismo maggioritario. E un episodio sorprendente, alla luce dell’indifferenza con cui si scontra spesso l’urbanistica partecipativa e partecipata. Nello stesso tempo, una posizione non dettata da un portamento Nimby, ma, chiosando Giancarlo De Carlo, l’espressione di un «rifiuto come scelta attiva».

Le notizie di stampa riflettono la sfaccettata attitudine dei media tradizionali rispetto a questo espianto urbanistico e culturale, in parte finanziato dalla mano pubblica. Per il Corriere della Sera, è stata la protesta di «Trecento in strada per dire no allo svuotamento di Città Studi» con una sottile sottolineatura: «Il rettore: “Pronti a investire”». Più vaga si è mantenuta Repubblica, che ha parlato di «centinaia di persone in corteo», riportando anche la valutazione a spanne di un consigliere comunale: «erano un “migliaio”». Il resto della stampa tradizionale, locale o nazionale, non si è neppure accorto dell’evento. Al contrario, la fiaccolata è stata largamente trattata e diffusa da una molteplicità di notiziari e quotidiani online e dai social media.

Qualche giorno dopo, entrando in aula, ho chiesto ai miei studenti chi avesse con sé la copia di un giornale, uno qualsiasi. Nessuno di loro. Fino a pochi anni fa, la lettura del giornale prima della lezione era una pratica diffusa, anche se spesso si trattava di un giornale sportivo e non dell’autorevole The Times. Oppure del profetico The Guardian che nel 2015 aveva visto lontano, commentando così il possibile trasloco universitario e il futuribile parco tecnologico: «But don’t worry, at least there’ll be a charter». Ho provato allora a riflettere sul destino della stampa, a cui collaboro da qualche anno, paradossalmente da quando un vecchio giornalista ne ha sanzionato la morte e, nel contempo, ne ha delineato un possibile percorso di rinascita. Il nuovo giornale non potrà che prendere la forma e la sostanza dell’iper-giornale, un modello che le migliori testate del mondo già oggi cercano di perseguire, ma finora con modesto successo. Ed è un giornale in cui la partecipazione dei lettori diventa l’ingrediente fondamentale. A tutte le scale, anche a quella di un quartiere.