L’ennesimo scaricabarile tra autorità di vigilanza che non hanno vigilato. E l’atteso confronto all’americana che salta, perché nonostante l’evidenza secondo il presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sulle banche Pier Ferdinando Casini “non sono emerse discordanze sugli scambi di missive intercorsi tra Bankitalia e Consob” ma solo “valutazioni reciprocamente divergenti sulle condotte che potevano poste in essere”. Una farsa iniziata quando il capo della vigilanza di via Nazionale, Carmelo Barbagallo, è stato fatto uscire per consentire ai commissari di sentire la testimonianza del direttore generale della Consob Angelo Apponi prima del faccia a faccia mai avvenuto: la seduta era in diretta streaming, per cui il rappresentante della Banca d’Italia ha avuto modo di seguire comunque i lavori.

Il pasticcio, con tanto di bagarre tra Casini e i commissari, è andato in scena giovedì durante la nuova audizione di Barbagallo e Apponi, ritenuta necessaria perché la settimana scorsa l’uomo di Giuseppe Vegas aveva accusato via Nazionale di non aver informato l’autorità gemella dei risultati delle sue ispezioni presso le ex popolari venete finite gambe all’aria e vendute a Intesa Sanpaolo per 1 euro. Versione ribadita oggi. Barbagallo dal canto suo ha risposto che i documenti condivisi con l’authority di Borsa erano sufficienti per far scattare un allarme e “se la Consob non aveva i mezzi avremmo ispezionato noi, ce lo poteva dire”. “L’eccesso di informazione”, ha chiosato, “finisce per non essere un’informazione. E si mette in difficoltà l’altra Autorità che le riceve”.

La bagarre: “Casini mandi la Finanza a controllare Barbagallo” – In avvio dei lavori, contrariamente a quanto proposto da Casini la commissione ha votato e

approvato la proposta di trasformazione del nuovo confronto in testimonianza. Una scelta scaturita proprio dalle incongruenze della precedente audizione: alle testimonianze si applica infatti la disciplina del codice penale che tra l’altro sanziona chi testimonia il falso. Il presidente in questo caso deve trasmettere all’autorità giudiziaria le informazioni in proposito. Il “format” deciso, però, richiede ovviamente che i testi siano sentiti separatamente per poi confrontare le loro versioni. Per questo dopo il voto Barbagallo è stato fatto accomodare fuori mentre i commissari ascoltavano Apponi. Ma diversi parlamentari hanno fatto notare a Casini che avrebbe potuto ascoltare le risposte, visto che i lavori della commissione sono trasmessi via webtv. Carlo Sibilia del M5s ha chiesto che Barbagallo fosse controllato dalla guardia di Finanza per impedirgli di guardare la diretta, ipotesi bocciata da Casini che ha rilevato come non sia nelle sue facoltà interdire le comunicazioni o la libertà personale dei testimoni. “L’unico modo – ha detto Casini – è secretare i lavori e eliminare il collegamento streaming”. Ma sia i pentastellati sia il Pd hanno detto no, per cui i lavori sono proseguiti senza che fosse trovata una soluzione.

Consob: “Informazioni incomplete sul prezzo dell’aumento di Veneto Banca” – Nel merito, comunque, il cuore della testimonianza di Apponi è rimasto invariato. La Consob, ha sostenuto, nel 2013 ricevette dalla Banca d’Italia informazioni incomplete per valutare il prezzo dell’aumento di capitale lanciato quell’anno da Veneto Banca. “Ci viene detto (nella comunicazione ricevuta da via Nazionale, ndr) che il prezzo è alto. Altro è quello che leggiamo nel verbale ispettivo, che riceviamo nel 2015, dove si dice che la metodologia di calcolo del prezzo è irrazionale e ci sono dei vizi. L’informazione e’ significativamente diversa” ed è “tale da mettere in discussione quel modello di valutazione. Per questo sanzioniamo la società nel 2015″, ricorda. La lettera di via Nazionale del maggio 2013 diceva, secondo Apponi, che l’operazione sarebbe stata ”strumentale al perseguimento degli obiettivi del piano” dell’istituto di credito e “non escludeva eventuali acquisizioni che avessero avuto determinate caratteristiche”. Mentre “non sembra che Bankitalia, che si dovrebbe occupare della stabilità della banca, ci segnali che c’è un problema di sofferenza”. “Le reazioni della Consob – ha rincarato poi Apponi – dipendono dal tipo di informazioni e dalla convergenza di indizi. L’ispezione si fa quando esistono sufficienti indizi”. “Se avessimo avuto segnali di quella profondità avremmo reagito in maniera diversa”. Quanto ai prestiti “baciati” concessi da Veneto Banca, ovvero i finanziamenti ai clienti per acquisire azioni della stessa banca, Consob sostiene di esserne venuta a conoscenza solo nel 2013 e in termini comunque “diversi da quelli dell’ispezione del 2015”.

Per quanto riguarda la Banca Popolare di Vicenza, al termine dell’ispezione condotta nel 2008 la Consob “non ricevette nessuna informazione da parte di Bankitalia sul prezzo delle azioni”, bensì fu “trasmessa solo un’informazione sull’operatività in otc strutturati offerti alla clientela”, cioè derivati strutturati fuori mercato. Alla domanda del senatore Bruno Tabacci che chiedeva conto dei conflitti di interesse delle banche evidenziati nei prospetti delle obbligazioni, Apponi ha aggiunto che non è stata la Consob ad approvare l’obbligazione della Popolare di Vicenza del 29 settembre 2015, una settimana prima dell’uscita dell’ex presidente Zonin, e quella di Veneto Banca del dicembre dello stesso anno, “ma un’autorità estera di un paese europeo” come consentiva loro la normativa essendo banche non quotate.

Lo scaricabarile di Bankitalia: “Informazioni più che sufficienti, ma Consob non ha agito” – Barbagallo ha ammesso che Bankitalia non inviò alla Consob le risultanze dell’ispezione del 2008 su Pop Vicenza dove evidenziò carenze nella formazione del prezzo delle azioni, ma ha detto che il rapporto andò all’esame della Procura, che poi archiviò. “Non abbiamo mandato le informazioni alla Consob perché ipotizzavamo che i problemi fossero organizzativi, procedurali e considerati alla portata della Banca d’Italia, che doveva risolverli da sola”. I problemi “sono stati affrontati da Banca d’Italia con una serie di interlocuzioni scritte” e poi “sono stati risolti”, ha sostenuto. Inoltre “abbiamo preteso che fosse data adeguata formalizzazione alla procedura” sul prezzo e “dopo lungo confronto, la banca popolare di Vicenza ha adeguato questo aspetto”. Più in generale, la sua linea di difesa è stata che “se la Consob non aveva i mezzi avremmo ispezionato noi, ce lo poteva dire, avrebbe potuto tranquillamente farlo. Ricordo che esiste un luogo deputato allo scambio di informazioni, il comitato tecnico, e lì poteva chiedere”.

“Dal nostro punto di vista”, ha continuato “i contenuti del documento ispettivo del 2013 erano più che sufficienti a fare scattare un warning, poi se l’altra Autorità non agisce…”. Quanto a Veneto Banca, a metà 2014 Bankitalia ha trasmesso a Consob informazioni “sulla rischiosità patrimoniale” e sulle criticità di governance di Veneto Banca, ha riferito il Capo della Vigilanza, puntualizzando che in quella comunicazione “si fa riferimento di nuovo alla lettera del novembre del 2013 che comprende anche il tema del prezzo”. In sostanza, su Veneto Banca sono state trasmesse “le informazioni che avevamo e anche un richiamo al prezzo nel 2014”. Bankitalia effettua circa 250 ispezioni l’anno, ha ricordato infine Barbagallo. “Gli esiti delle ispezioni li inviamo ma non tutti i verbali ispettivi. Non possiamo inondare la Consob con tutti i verbali. Per questo inviamo l’esito dell’ispezione quando riteniamo ci siano profili rilevanti” per Consob.

Ma per Casini non serve il faccia a faccia – Uno scontro frontale, insomma. Ma per Casini possono “ritenersi superate le criticità su possibili contraddizioni” perché “dall’esame testimoniale non sono emerse discordanze sugli scambi, sono emerse valutazioni reciprocamente divergenti su condotte poste in essere”. Risultato: il presidente della Commissioni non ha attivato lo strumento del confronto alternato in quanto “presuppone non disaccordo valutativo ma su fatti e circostanze”.