La Banca d’Italia sapeva già dal 2012 dei prestiti “baciati” della Popolare di Vicenza, quelli cioè concessi ai clienti solo a patto che comprassero azioni dell’istituto gonfiandone artificialmente il capitale. A raccontarlo, in un’intervista al Corriere del Veneto, è l’ex vice direttore generale della popolare, Paolo Marin, tra gli indagati per ostacolo all’attività di vigilanza, aggiotaggio e falso in prospetto nell’inchiesta sul dissesto della banca messa in liquidazione dal governo. Palazzo Koch però “non ha formulato alcuna osservazione”.

“Mai ho ostacolato la vigilanza, tutt’altro”, sostiene il manager, all’epoca responsabile della divisione crediti. “Nel 2012 ho fornito agli ispettori, in assoluta serenità, qualsiasi informazione fosse in mio possesso, compresa una lista – che io e i miei collaboratori abbiamo a più riprese discusso con gli ispettori – dei principali soggetti affidati e del numero di azioni della Banca da loro acquistate attraverso i finanziamenti“. Del resto “non ho mai ritenuto di avere nulla da nascondere: per me le operazioni baciate erano perfettamente lecite; questa convinzione si è accentuata dopo aver constatato che la Banca d’Italia, resa edotta della prassi, non aveva formulato alcuna osservazione”, è il suo ragionamento.

Interrogato dai pm il 28 aprile scorso Marin, secondo uno stralcio di verbale riportato da Repubblica, disse di aver “consegnato operazioni baciate per 234 milioni agli ispettori”. La normativa in materia bancaria in effetti non vieta finanziamenti correlati all’acquisto di azioni della banca: richiede però che siano dedotti dal capitale di vigilanza. Cosa che Pop Vicenza non faceva.

Marin, nell’intervista, racconta anche che l’ex direttore generale Samuele Sorato “non tollerava il rigore” della sua struttura “nella gestione delle pratiche sottoposte alla nostra valutazione”. Per questo “ho avuto con lui diversi scontri, fino a dirgli che io non mi sarei sottratto per nessuna ragione al mio ruolo e, in particolare, alla scrupolosa osservanza dei regolamenti e delle politiche creditizie”. Fino a quando Sorato lo trasferì in Sicilia, promuovendolo direttore generale di Banca Nuova. “Promoveatur ut amoveatur”, è la sua interpretazione. Vale a dire che, stando alla sua versione, fu promosso per allontanarlo dal Veneto. Quanto al fatto che anche lui è indagato per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza, Marin ricorda di aver “sin dal 2011 acquistato azioni della Banca a 62,50 euro e partecipato agli aumenti di capitale 2013 e 2014 investendo i risparmi miei e della mia famiglia: non ho mai avuto dubbi sul fatto di lavorare in una banca solida e in espansione”.

Intanto dalle carte dell’inchiesta emergono nuovi particolari sulle accuse reciproche tra Sorato e l’ex padre padrone della banca Gianni Zonin sulle responsabilità delle presunte condotte illecite contestate dai pm: “Era impossibile fare una cosa all’insaputa di Zonin” all’interno della banca, si legge nel verbale dell’interrogatorio dell’ex dg davanti ai pm di Vicenza dello scorso 6 aprile, redatto in forma riassuntiva. “Era un mio ‘modus operandi’ informare il presidente di ogni attività della banca” e anche “sui rapporti ed incontri che avevo con terze persone attinenti all’attività di Bpvi”. Sorato si è poi detto convinto che Zonin “mi abbia chiesto di lasciare la Banca non già per il bene dell’istituto ma per un proprio interesse personale ovvero per ‘scaricarmi addosso’ le responsabilità evidenziate con il rapporto ispettivo dell’Audit in merito al capitale finanziato”. La considerazione messa a verbale è legata a una risposta data ai pm vicentini riguardo allo svolgimento di una ispezione Bce presso la banca nel 2015. Sorato aveva lasciato la banca all’inizio di maggio di quell’anno.

Zonin dal canto suo continua a sostenere che era all’oscuro delle scelte del management. In un’interrogatorio del 22 marzo, l’ex presidente ha poi affermato che “le azioni Generali davano meno garanzie rispetto alle azioni Bpvi”.