Proprio vero che chi non ha mai lavorato non sa cosa sia il rispetto per il lavoro degli altri. La battuta in ritirata di Luigi Di Maio nei confronti della trasmissione #DiMartedì, condotta da Giovanni Floris, nella quale Di Maio stesso aveva sfidato in un faccia a faccia il segretario del Pd, candidato a premier per quel partito, è anzitutto un gesto di protervia, simile a quello ostentato in un ristorante palermitano pochi giorni fa dalla classe dirigente del moVimento di Grillo, Casaleggio e Rocco Casalino. Un credersi Marchese del Grillo avendolo confuso con Beppe Grillo, e dunque senza averne i titoli, l’esperienza, e nemmeno i natali.

Subito dopo è un atto di viltà e maleducazione. Non certo verso Renzi, che da questo incidente con Di Maio può solo ricavare solidarietà e un rilancio della sua figura, quanto nei confronti di Floris, della redazione della sua trasmissione, e di quei milioni di italiani che attendevano questo confronto con interesse.

Tranne Di Maio, chiunque sa che dietro ogni puntata di un talk show televisivo c’è il lavoro di un buon centinaio di professionisti vari: noi vediamo  solo la faccia del conduttore, ma lui da solo non potrebbe mai orchestrare una puntata. Ci sono autori, giornalisti, ricercatori, tecnici delle luci, della regia, assistenti di studio, operai e maestranze varie che, per una settimana, studiano come rendere al meglio quelle due ore di televisione che, settimanalmente, vengono offerte ad alcuni milioni di italiani. Se il leader della principale opposizione al governo sfida l’ex Presidente del Consiglio a un duello televisivo, e quello accetta lasciando allo sfidante la scelta dello studio tv in cui andare, l’aspettativa che si crea nel potenziale pubblico è un millesimo di quella che si crea all’interno della redazione giornalistica che dovrà ospitare l’incontro.

Considerando poi che la trasmissione scelta era una di quelle che più si è mostrata amichevole con Di Maio e con il M5S, che sono lì invitati tutte le settimane senza un confronto con altri politici, così come gradito a chi si occupa di comunicazione per il M5S, il patatrack per i grillini è ancora peggiore. Non si può trascurare, infatti, l’effetto umano che ha una ritirata del genere proprio su Floris e i suoi professionisti, che vedono la cosa anzitutto come un danno inaspettato al loro lavoro. Dover mettere in piedi servizi e ospiti e argomenti alternativi, con appena un giorno di preavviso è l’incubo di ogni giornalista televisivo. Per di più Di Maio si dimostra ancora una volta inaffidabile per quanto riguarda le sue apparizioni in dibattiti tv (vedasi i precedenti di Politics e Servizio Pubblico), cosa che avrà conseguenze in ambito dei futuri inviti nei vari talk show italiani.

Infine, la viltà di Di Maio colpisce anche quei due milioni di italiani che lo scorso maggio sono andati a votare alle primarie del Pd per eleggere il loro nuovo candidato alla segreteria del partito, e dunque alla presidenza del Consiglio, come prevede lo statuto del Pd. Luigi Di Maio non ha alcun potere di decidere chi è il segretario del Pd, o il candidato Palazzo Chigi del Pd, né può cambiare la Storia: Matteo Renzi ha governato questo paese per tre anni, portando risultati positivi secondo Istat ed Eurostat: il confronto poteva e doveva farsi anche sull’operato di chi ha governato, che di certo Di Maio non apprezza, e non solo sui piani del futuro. Sostenere che la ritirata dal confronto è dovuta alla sconfitta del Pd in Sicilia è una mossa risibile, soprattutto perché in Sicilia hanno perso – in modo differente – sia M5S che il Pd.

Solo tre mesi fa, Cancelleri e il M5S erano infatti sicuri della loro vittoria alla regionali siciliane, eppure oggi il presidente del’Ars si chiama Nello Musumeci, a capo di una coalizione di centrodestra coesa che ha già dimostrato di saper trovare un accordo politico in modo assai più efficace di quanto abbiano fatto finora sia il M5S che il Pd.

Ottima, in questo senso, la mossa di Giorgia Meloni, la vera vincitrice politica delle elezioni siciliane e di Ostia, che si è subito detta disponibile a incontrare lei Di Maio nel faccia a faccia da Floris. Se fossi nel collega, in mancanza del leader dell’opposizione, a questo punto organizzerei un confronto Meloni – Renzi: audience assicurata, e nessuno dei due ha l’aria di volersi sottrarre al duello.