Era stato condannato a 4 anni di carcere per il crollo del convitto scolastico dell’Aquila, dovuto al terremoto del 2009, nel quale morirono alcuni studenti. Da tempo aveva ottenuto l’affidamento in prova. Ora il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha concesso al dirigente scolastico friulano Livio Bearzi la grazia solo sulla pena accessoria, cioè l’interdizione dai pubblici uffici. In sostanza il provvedimento di clemenza consentirà a Bearzi di rientrare a scuola. “Grande soddisfazione” viene espressa dall’avvocato Stefano Buonocore. L’interdizione decisa dalla Corte d’appello e confermata in Cassazione  nel 2015 era di 5 anni, quindi lo “sconto” è su poco più di metà della pena accessoria.

Bearzi, come detto, aveva già ottenuto – dal dicembre 2015 – dal tribunale di sorveglianza di Trieste l’affidamento in prova ai servizi sociali che sta tuttora svolgendo come volontario in un consorzio che si occupa di accoglienza ai profughi. All’epoca il provvedimento gli aveva consentito di uscire dal carcere, in cui era rinchiuso dal 10 novembre 2015 in seguito all’ordine di carcerazione della Procura generale della Corte d’Appello dell’Aquila.

Secondo i giudici della Corte di Cassazione per Bearzi, che dirigeva il Convitto (da non confondere con la Casa dello Studente), “il piano di sicurezza prevedeva espressamente il potere dovere di disporre l’evacuazione in caso di necessità”. “D’altra parte – scrissero i magistrati – in quella notte fatale si era in presenza di indicazioni drammatiche ed incalzanti che imponevano di corrispondere con immediatezza alle pressanti richieste dei giovani allievi e particolarmente di quelli minori”. I supremi giudici, analizzando il comportamento del dirigente, condivisero il giudizio della Corte di Appello che aveva ritenuto che il dirigente “manifestò una conclamata insensibilità, una grave negligenza ed imprudenza, imponendo ai ragazzi di sopportare un rischio intollerabilmente elevato che si concretizzò nel breve volgere di poche ore”. Una motivazione che doveva tenere conto, per forza di cose, delle leggi vigenti.

Per contro fin dal pronunciamento della sentenza si sono levate molte voci nei confronti del Quirinale per l’annullamento almeno della pena accessoria. A favore di Bearzi si erano mobilitate la società civile nazionale e friulana. Decine di parlamentari e associazioni si erano rivolti al capo dello Stato per chiedere la grazia: dalla senatrice del Pd Stefania Pezzopane, ex presidente della Provincia dell’Aquila, all’allora vicesegretaria del Pd Debora Serracchiani, dal sindacato dei dirigenti scolastici Confedir all’Ordine avvocati di Udine. Quella sentenza, disse tra gli altri la deputata di Sel Serena Pellegrino, “ha evidenziato l’urgenza di una revisione delle norme vigenti, che attribuiscono ai dirigenti scolastici responsabilità in ordine alla sicurezza e manutenzione degli edifici scolastici esorbitanti dalle loro effettive competenze e possibilità di intervento, ordinario e straordinario, rispetto le inadeguatezze e i rischi delle strutture”.

Nei giorni scorsi Mattarella aveva concesso la grazia – totale e questa volta per motivi umanitari – anche a Fabrizio Spreafico, condannato a 18 anni e 4 mesi per aver ucciso la madre nel 1997 durante un litigio nella loro abitazione di Trezzano sul Naviglio, del Milanese. Il giovane all’epoca aveva 23 anni. Oggi ultraquarantenne, Spreafico è gravemente ammalato dal 2005 e da allora infatti era uscito dal carcere con rinvio dell’esecuzione della pena per potersi curare. Spreafico, assistito dagli avvocati Corrado Limentani e Paolo Muzzi, aveva già chiesto un paio di volte la grazia dopo aver ottenuto il perdono dai parenti della madre. Alla notizia della grazia Spreafico ha manifestato la propria gioia dicendo di essersi tolto il peso di questa condanna “anche se i sensi di colpa per aver ucciso mia madre restano”.