La montagna dove si è combattuta la Guerra Fredda è un doppio panettone appuntito ricoperto di vegetazione a pochi chilometri da Padova, nel cuore del Veneto. Luogo ideale per tenere sotto controllo ciò che avveniva sulle rotte aeree del Nord Est, passaggio strategico di un’eventuale invasione per terra o per aria, in caso di attacco dei Paesi comunisti all’Occidente. Nel ventre dei Colli Euganei per decenni si è interpretata una guerra virtuale, tecnologica, con le antenne radar in perenne allerta, le onde radio allarmate per captare avvisaglie ad ogni ora, come se da un momento all’altro dovesse scoppiare un conflitto nucleare.

Il pericolo non veniva da Est Ma il pericolo non veniva solo da Est. Per i militari stava dentro la galleria. Si chiamava radon, un gas inodore, altamente tossico per l’organismo, al punto da causare tumori, soprattutto polmonari. Di vittime, negli anni, ne avrebbe fatte almeno 119. Centinaia di uomini sono stati arruolati nel 1. Roc, il Regional Operation Center, e sono entrati nella base Nato rimasta operativa dal 1955 al 1998. Ad aprirla furono le pianificazioni militari post-belliche in Europa. Venne chiusa alcuni anni prima dell’inchiesta aperta nel 2002 dal sostituto procuratore della Procura Militare, Sergio Dini. Ed ora – dopo le richieste di archiviazione della Procura ordinaria respinte dal gip – si è concluso anche il processo, con una condanna per le radiazioni da radon che hanno ucciso molti militari impiegati in turni di otto ore al giorno, 24 ore su 24, dentro una galleria lunga un chilometro e 46 metri, a forma di serpentina. Strutture e apparecchiature a prova di bomba. Ma non a prova del gas letale sprigionato dalle rocce di origine vulcanica.

La sentenza Una sentenza ha stabilito che vi fu la responsabilità di Agostino Di Donna, all’epoca direttore generale della Sanità Militare, ma non quella di Franco Pisano, capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare. E il ministero della Difesa dovrà risarcire i danni. Di Donna era imputato anche nel processo “Marina Uno”, celebrato sempre a Padova, per i morti da amianto sulle navi della Marina Militare. Ma in quel caso – assieme ad altri ammiragli – dopo un’assoluzione in primo grado e una prescrizione in appello, è stato assolto in un nuovo processo di secondo grado.

L’orecchio d’Europa La storia del Monte Venda, come testimoniano le foto esclusive de ilfattoquotidiano.it, affonda in un passato lontano. Allora la priorità era la difesa dell’Occidente. Nel budello scavato sotto terra furono installati apparecchi radio e telescriventi, poi, quando la tecnologia evolse, anche video e computer. Tutto ciò che si muoveva nell’aria era captato. In caso di attacco il 1. Roc sarebbe finito sotto il comando della 5. Ataf, l’Allied Tactical Air Force. Il controllo era denominato sistema NadgeNato Air Defense Ground Environment Force, ed era localizzato in un sito militare inespugnabile, costruito con finanziamenti degli Stati Uniti e dell’Italia.

Vertici non prevenirono il fenomeno Ignari, i militari andavano a lavorare ogni giorno. Qualcuno era perfino soddisfatto, durante l’estate, della temperatura mantenuta costantemente a 20 gradi. Tutti ignoravano le radiazioni letali di quel gas sconosciuto fino a qualche decennio fa. Secondo l’accusa, quando nella base Usa di Aviano furono rilevati nel 1988 elevati livelli di radon, l’allarme lanciato per monitorare eventuali altre contaminazioni di basi in Italia non ebbe seguito. Non si fece nulla per prevenire il fenomeno. E pensare che, a fronte di 400 becquerel per metro cubo considerati soglia invalicabile per la salute umana, nel Monte Venda si raggiungevano livelli di migliaia di becquerel.

Livelli di radon fino a 9mila volte superiori Gli aviatori la chiamavano “la galleria”. Ma nelle comunicazioni in codice il nome era quello di “rupe”. All’interno di quel dedalo di locali ogni stanza ha conosciuto i suoi morti per cancro al polmone, al fegato o allo stomaco, carcinoma rinofaringeo, emorragie cerebrali o problemi cardiocircolatori. Dalla sala stanza 1, “riposo per motoristi ed elettricisti”, si passa alla sala 2 (centralino telefonico), dalla sala 4 (telescriventi) al centro ricevente, dalla sala apparecchiature ai locali “cripto”. C’era poi la famigerata sala 3, la galleria dei ponti radio, dove nel giugno 2008 è stato rilevato un livello di 36.500 becquerel di radon per metro cubo. Novanta volte più di quanto consentito per la salute dei militari. Altro che russi, il nemico era dentro la galleria e ha ucciso lentamente. Quante siano ancora le persone a rischio è difficile da stabilire, anche perchè gli elenchi di avieri, ufficiali e sottufficiali transitati per Monte Venda per simulare la guerra non sono mai stati consegnati alla magistratura.