Non era scontato che la questione catalana sfuggisse di mano e l’Europa si trovasse nell’occhio del ciclone della più grave crisi istituzionale dalla sua fondazione: non era scontato ma alla fine è andata così. Già perché a dispetto dei silenzi e del “business as usual” di commissari ed euroburocrati, nell’affaire catalano l’Europa e noi europei siamo dentro fino al collo: prima ne prenderemo atto, meglio riusciremo ad evitare un’altra crepa nelle già precarie fondamenta del progetto europeo.

Catalogna Repubblica indipendente o integrità territoriale del Regno di Spagna, decidere l’una o l’altra, sul “cosa” sia meglio, insomma, spetta solo a loro dare una risposta mentre sul “come” la questione è diversa; il “come” affrontare la crisi va alla voce garanzie, diritti politici ed individuali e quindi straripa dal perimetro nazionale per riversarsi in quello europeo. Dopo l’attivazione  dell’art.155 della Costituzione iberica, che sospende l’autonomia di Barcellona, e il “tutti dentro” voluto della magistratura, che ha decapitato il governo indipendentista deposto (almeno quella parte del governo che non è in esilio a Brussel) la situazione rischia di raggiungere un punto di non ritorno. Anzi, quel punto potrebbe averlo già superato da un pezzo.

Prima che l’ordigno innescato in Spagna deflagri e l’esplosione si senta anche ad Helsinki, Nicosia e Reunion – chiunque sia stato ad accendere la miccia – l’Europa deve intervenire e di corsa perché da un lato il conflitto “secessione sì/secessione no” è squisitamente politico mentre il carcere per rappresentanti eletti rei di aver promosso una transizione istituzionale illegale (per il diritto interno) ma senza armi e violenza, diciamolo senza giri di parole: è fascismo, anzi franchismo, e fa coriandoli della Carta europea dei diritti dell’Uomo e dello stesso trattato di Lisbona

Franchismo con beffa: mentre Amnesty International e la commissione diritti umani dell’Onu chiedono indagini indipendenti sui pestaggi dell’1 ottobre, l’ordinanza di custodia cautelare emessa dai giudici di Madrid ha accolto la singolare tesi  della “Fiscalia General”, la procura spagnola: l’1-0 i violenti  furono gli indipendentisti che costrinsero con le azioni di disobbedienza civile la Guardia Civil ad intervenire. E violenta fu la celebrazione del referendum nonostante il divieto. Se questo è lo stato di salute dei rapporti tra cittadini e autorità in Europa, non ce la passiamo affatto bene.

D’altronde mezzo continente si stracciò le vesti per la svolta autoritaria di Polonia ed Ungheria, minacciando fuoco e fiamme contro Viktor Orbàn, Beata Szydło, ricordate? Ed ora cosa fa? Si gira dall’altra parte? La Spagna, pur con la sua disastrata economia, rimane per il bilancio Ue un pilastro. Idem Mariano Rajoy, uno degli azionisti di maggioranza nel Partito Popolare europeo: a Bruxelles la stagione è segnata dalla difficile partita a scacchi diplomatica per disegnare gli equilibri post-Brexit, chi mai oserebbe sfidare un partner come Madrid? D’altronde minacciare di chiudere i rubinetti a quelli di Visegrad con la sospensione dei fondi e il diritto di voto è un conto, farlo con Rajoy un altro.

Gli scenari della crisi catalana non promettono nulla di buono ma se il governo centrale spagnolo optasse per una legislazione d’emergenza (contrazione di diritti e libertà civili, arresti arbitrari, stato d’emergenza o altre misure per re-spagnolizzare la Catalogna) questa potrebbe non essere compatibile con i trattati che vincolano la Spagna allo standard di tutela dei diritti umani nell’Ue.

Madrid trovi il modo più opportuno di affrontare la crisi catalana ma la “pulizia alla turca” in Catalogna no, quella non può farla. Se l’Ue ha intenzione di preservare l’ultimo briciolo di credibilità deve agire ora perché tra poco potrebbe non servire più.

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