Non serve andare alle Cayman, niente diamanti in Tanzania. Per arginare le pretese dei giudici basta cambiare ufficio, senza neppure spostare la poltrona. Nei giorni scorsi si è molto parlato delle dimissioni di Pietro Grasso che ha lasciato il Pd per il Gruppo Misto. Tormenti politici. Meno pubblicità ha avuto un altro addio eccellente, quello di Roberto Calderoli che lascia la Lega Nord per approdare anche lui al Misto, dove costituirà una nuova componente. Nessuna rottura con Salvini, meno che mai sulla scelta di togliere la parola “Nord” dal logo Lega. Nessuna dissociazione. Alla base del trasloco c’è una questione ben più scivolosa: il tentativo della Lega Nord di prevenire la giustizia battendola sul tempo. Una specie di “prova a prendermi” tra i palazzi della politica.

Dopo quasi 30 anni Calderoli lascia la Lega Nord. E’ il consiglio federale a chiedergli di fare il passo. Venerdì scorso ha votato all’unanimità una mozione ad hoc che nulla – proprio nulla – ha a che vedere con questioni ideologiche o di conduzione del partito di cui è responsabile organizzativo. Ha molto a che vedere, invece, con i sghej. In particolare quei 49 milioni di euro che la Procura di Genova da agosto insiste a chiedere al Carroccio in seguito alla condanna per truffa di Bossi, Belsito & co. Storia nota: la Lega Nord fa ricorso, vengono bloccati solo i soldi in cassa (circa 2,6 milioni) e non le future erogazioni, la procura però fa ricorso a sua volta contro la decisione del Tribunale ipotecando ancora le future disponibilità fino al recupero dei 49 milioni “distratti” per cui era stata chiesta la confisca dei conti del partito.

Come se ne esce? Se tra due settimane ad avere la meglio sarà la Procura, è stato il ragionamento in via Bellerio, allora la Lega Nord rischia davvero di correre alle politiche senza fondi, compresi quelli freschi che affluiscono alle sue casse grazie alle donazioni in corso. E si sa come la pensino i leghisti: “Alla faccia della Costituzione, ci impediscono di fare politica. E’ impensabile che il terzo partito italiano si trovi senza più la minima disponibilità economica, manco per pagare gli stipendi”. Se anche poi anche la Procura perdesse, è il prosieguo del ragionamento, andrebbe in Cassazione e la sentenza potrebbe cadere ancora più in là, cioè tra gennaio e febbraio, a ridosso del voto. Da qui l’idea di giocare d’anticipo, percorrendo una strada alternativa per “bypassare l’ostacolo”.

In pratica Calderoli, ma un collega deputato si starebbe preparando a seguirlo alla Camera, passa al gruppo per formare la nuova componente di “Lega”, senza indicazione geografica. Anticipando così la nascita del nuovo soggetto politico che è anche soggetto giuridico sui cui conti potrebbero affluire i soldi raccolti per finanziare la campagna di Salvini. Che però è sempre la Lega, e questo fa temere un po’ l’operazione borderline e spiega la ritrosia di Calderoli a parlare (lo abbiamo cercato più volte, come anche Salvini). Che di questo si tratti ormai ci sono pochi dubbi. “Chiaro – dice un interno di lunga data alla Camera – che hanno scelto lui per il primo passo. E dopo le note vicende non poteva che essere un protagonista storico della Lega sul quale tutti mettono la mano sul fuoco. Certo, avrebbe fatto meno rumore mandare nel Misto un eletto di seconda fila, ma con quali garanzie?”.

Intanto nel Misto regna la confusione dopo due arrivi eccellenti e inattesi. Una storica funzionaria del Senato, forse incautamente, dice le cose come stanno. “So ’nnata via venerdì che era tutto a posto, torno lunedì e n’se capisce più niente”. Perché il presidente Grasso ha lasciato e ora pure il suo vice. “Ma mica lasceranno pe’ davero li uffici loro, so giochini questi”. Ecco sintetizzati in tre battute vari manuali di real politik all’italiana. Che sia per politica, che sia per denaro.