Se dicessimo che siamo sorpresi per la riapertura delle indagini sulle stragi di mafia, quelle del 1993, nello specifico quella di via dei Georgofili del 27 maggio 1993, non sarebbe vero. Dopo aver letto ed ascoltato le intercettazioni di Giuseppe Graviano durante l’ora d’aria con il suo compagno Adinolfi, era perlomeno doveroso da parte della Procura di Firenze riaprire per l’ennesima volta le indagini sui “concorrenti di Cosa Nostra” nelle stragi del 1993.

Non è la prima volta che speriamo di arrivare ad un processo per strage e non ne abbiamo mai fatto mistero, in ultimo davanti alla Commissione parlamentare Antimafia. Noi non sapremo mai se Graviano Giuseppe sapeva di essere intercettato durante le sue recenti esternazioni in carcere se non assisteremo ad un dibattimento processuale.

Certo è che Graviano in carcere parla alla moglie, di quando rimase incinta del loro figlio. La moglie di Graviano rimase incinta alla fine del 1996, noi all’epoca eravamo ogni giorno a Firenze in aula bunker, lui, il boss, stava davanti a noi spavaldo come non mai. Il giorno dell’udienza preliminare era così variopinto nell’abbigliamento che sembrava sfoggiare i colori di “Valentino”. Come avremo mai potuto pensare che in quel periodo il boss incontrava  la moglie e lo faceva per settimane?

Quando si seppe della nascita del figlio di Giuseppe Graviano in carcere al 41 bis, a noi fu detto che il liquido seminale era forse uscito dal carcere attraverso provette compiacenti. Non era così: il boss, per sua ammissione in una intercettazione, aveva avuto nella sua “scomoda” cella del 41 bis dei rapporti sessuali con sua moglie alla nostra faccia. Dunque perché mai Graviano, sapendo di essere intercettato, avrebbe parlato così a ruota libera di una cosa tanto personale e delicata per sé, sua moglie e suo figlio?

Viste le testimonianze di molti collaboratori di giustizia nei processi di Firenze per le stragi del 1993, a cominciare da Salvatore Cancemi, e le recenti esternazioni di Giuseppe Graviano, perché non andare ad un dibattimento chiarificatore per tutti?

Dice la norma: se tre persone che non si conoscono fra di loro, che non si sono mai incontrate dicono la stessa cosa è prova penale. Nei processi di Firenze la stessa cosa la dicono in molti più di tre. E allora, perché una buona volta non si smette di rinnovare le indagini sui “concorrenti” della mafia nella strage di via dei Georgofili – quando i sospetti di una strumentalizzazione politica sono più che evidenti – e si va ad un processo?

Un processo che oggi andrebbe affrontato con grande coraggio per scoprire se i collaboratori di giustizia hanno mentito e se Giuseppe Graviano sapeva di essere intercettato mentre parlava con Adinolfi e la moglie. Abbiamo diritto a un processo chiarificatore, visto che, ogni tanto, da 20 anni, tornano sul piatto della bilancia i massacri dei nostri figli. Se tutto ciò ha il sapore di un amaro ricatto, qualcosa vorrà ben dire? Quando i riflettori della politica si spengono – “tutti amici come prima” fra gli scranni del Parlamento – noi rimaniamo con il solito pugno di mosche in mano e il grande dubbio: Cosa nostra ha ucciso i figli in maniera fine a se stessa o qualcuno ha chiesto a Cosa nostra di ucciderci i nostri figli?

Dice Graviano a Spatuzza: la sai fare politica? Quei morti ci servono. Parlavano dei morti di via dei Georgofili. A chi è servita la morte di una bambina di 50 giorni, una di nove anni, i loro genitori e un ragazzo di 20 anni?