Come volevasi dimostrare: il fine partita dell’attuale legislatura si accompagna all’azzeramento di ogni plausibile speranza nella fuoriuscita in positivo dall’interminabile crisi di Seconda Repubblica. Per l’evidente deficit di credibilità dei giocatori in campo. E qui non si tratta soltanto delle 529 casacche 529 che sono state cambiate da peones e simil-leader dal 2013 a oggi; comunque riprova che i giochi individuali seguivano schemi a casaccio, di puro stampo opportunistico. Alla faccia del senso dello Stato e dell’impegno pubblico disinteressato!

Sono i presunti assi a mostrare tragicamente la corda. A riprova che la politica italiana ha imboccato il viale del tramonto. Come la fede nazionale nel calcio, annichilita dalla presa d’atto che oggi le nostre squadre di vertice prendono scoppole appena mettono il naso fuori dell’uscio domestico: degrado qualitativo in simmetria con quello dei presidenti-manager alla guida del sistema: dal farsesco razzista a propria insaputa Claudio Lotito, puro generone romano tra Mario Pio (Alberto Sordi) e Bombolo, all’imbarazzante Carlo Tavecchio, preclaro esempio di maschilista sessuofobo da osteria padana, per concludere con l’altezzoso Andrea Agnelli, tipica upper class torinese gné-gné che non disdegna frequentazioni trucide tipo ultras.

Se il calcio è l’autobiografia della Nazione, la politica dovrebbe esserne la guida; e questa si accompagna allo stridio del fine corsa. Colonna sonora che lascia prevedere l’arrivo al rinnovo di legislatura con protagonisti accomunati dall’accertata inadeguatezza alla leadership; destinati a giocare in serie B per evitare lo scivolamento in categorie inferiori. Difatti non se ne salva uno che sia uno:

– Matteo Renzi, obnubilato da un’arroganza oltre la soglia del tracotante, vince sistematicamente l’Oscar dell’antipatia suicida: in un Paese servile – dunque insofferente nei confronti dei perdenti – persegue nell’elaborare mosse che presupporrebbe astute e invece diventano autogol (dalle riforme farsa a un Rosatellum fatta apposta per aggregare la Destra; quando lui riesce a tenere assieme solo compagnucci della parrocchietta, tipo Orfini e Boschi). Pronto per essere rispedito al mittente: il circolo boy scout di Rignano;

Paolo Gentiloni, premier suo malgrado, conferma sistematicamente la propria natura gregaria. Tanto da suscitare lo sdegno di maniera perfino in un antico puparo quale il presidente emerito Napolitano, che finge di compatirne i vincoli e i fili che lo intrappolano. Da riportare immediatamente al ruolo che gli compete: tappezzeria in qualche palazzo romano;

– Il trio revival rosso antico – Bersani, D’Alema, Speranza – riemerso dopo trascorsi blairiani riscoprendosi sinistra-sinistra quale declinazione mimetica del risentimento per l’essere stati fatti fuori da un toscano furbastro. Al massimo riutilizzabili come tableau vivant del Quarto Stato, con il contorno di Fratoianni e altri sgarrupati, da situare nella tenuta umbra di Baffino;

Silvio Berlusconi, ormai più mummificato di un faraone egizio viene riportato in vita dai riti elettorali e dai richiami di una Mediaset sotto minaccia. Causa il prosciugamento della materia cerebrale, ormai sa solo ripetere barzellette immonde. Pronto per gli esperimenti del Dottor Victor Frankenstein (o per il paletto di acero che vorrebbe piantargli nel cuore un Matteo Salvini frastornato tra Pontida e la Francia profonda di Marine Le Pen);

Luigi Di Maio, colui che ha imposto al caravanserraglio Cinquestelle cinquanta sfumature di grigio impiegatizio, potrà riversare definitivamente la propria palese inutilità sul Movimento che lo candida a premier onirico; per rifuggire qualsivoglia responsabilità di governo nascondendosi dietro la pratica del Vaffa (e i business Casaleggio). Condannato al destino di fuori corso a vita.

Insomma – in gergo calcistico – con questa squadra “di bidoni” la retrocessione sembra del tutto inevitabile.