Cambia il modo di votare, cambiano timori e perplessità. Non vanno certamente in pensione le paure dei brogli elettorali o altre preoccupazioni che abitualmente si addensano attorno alle urne in cui i cittadini esercitano uno dei loro diritti fondamentali. In Lombardia sono state accantonate le tradizionali schede e la consultazione referendaria è stata affidata a una soluzione tecnologica i cui contorni restano avviluppati da una coltre di mistero.

Si sa che l’espressione delle intenzioni di ciascuno non avverrà con la classica croce su un simbolo o su uno dei due consueti riquadri dei referendum, ma si baserà sul ricorso a un tablet opportunamente predisposto. Identificato e ammesso l’elettore da parte dello staff del seggio – e qui tutto come prima – la persona entra nella cabina dove uno schermo a sollecitazione tattile (il touch-screen che tanto piace a chi fa finta di conoscere l’inglese o ritiene l’idioma italico inadatto al terzo millennio) consente di scegliere tra “Sì”, “No” e “Bianca”.

Scompaiono le schede nulle e tutte le goliardiche manifestazioni di pensiero che portavano a scarabocchiare il vettore cartaceo della propria opinione con frasi salaci o invettive – tanto fulminee quanto triviali – contro il sistema. Rimangono invece i sospetti che non sia questo il sistema perfetto in un contesto davvero democratico. Si comincia con la impenetrabilità delle informazioni che riguardano quel che si nasconde nel “cofano” del veicolo che deve portare al risultato. La procedura nel suo insieme, le applicazioni appositamente progettate per il perseguimento dell’obiettivo, le dinamiche di acquisizione, conservazione e computo dei voti, le garanzie di inalterabilità, le certezze della non riconducibilità della tipologia di voto al soggetto che lo ha espresso, sono alcuni degli elementi che meriterebbero una maggiore trasparenza.

Le medesime perplessità dell’Hermes Center (l’associazione no-profit che duella sul fronte dei diritti umani digitali) e del suo presidente Fabio “Naif” Pietrosanti (che conosco “da quando eravamo piccoli” e giocavamo a guardie e ladri) sono quelle di tutti. Pietrosanti – l’ex enfant terrible” che di sicurezza informatica ha conoscenza viscerale ed effettiva coscienza – ha provato a saperne di più chiedendo di visionare la documentazione che ha portato alla scelta della soluzione Smartmatic. Le poche carte ottenute sembravano accompagnate dal dantesco “e più non dimandare”.

L’inviolabilità del sistema è garantita solo dalla dichiarazione del responsabile dell’azienda Diego Chiarion che, a Repubblica, avrebbe dichiarato di essere pronto a mettere la mano sul fuoco sulla sicurezza delle voting machine. Redivivo Muzio Scevola oppure davvero in grado di garantire la granitica impenetrabilità del sistema? Smartmatic non è nuova alla gestione di votazioni in tutto il mondo. Lo scorso hanno ha gestito le primarie per le presidenziali nella contea di Los Angeles e ha fornito la piattaforme per le elezioni politiche in Filippine e Uganda. Smartmatic non è nemmeno nuova nel trovarsi al centro di polemiche su presunte manipolazioni, ma i dubbi non sono certo sentenze.

La ridotta trasparenza viene giustificata da esigenze industriali (svelare la “ricetta segreta” dell’Electronic Management System comporterebbe un grave pregiudizio economico a chi ha investito nella ricerca e nella progettazione della soluzione) ma non contribuisce certo a rasserenare gli animi di chi teme interventi fraudolenti da hacker esterni o da insider birbaccioni. Il tema è talmente delicato che meriterebbe una più seria valutazione. Non basta scegliere un leader del mercato quando è in gioco la democrazia. Vale il principio del vecchio Carosello che diceva “a scatola chiusa compro solo Arrigoni”. E Arrigoni non vende sistemi elettronici di votazione…