Sono tre giorni che mi ripetono: “Vergognati“.
Che mi dicono: “Cancella quella frase”.
“Perché hai nominato Taranto?”, mi dicono. “Era necessario? No”.
“E allora perché hai nominato Taranto?”, mi dicono.

Semplice. Perché nomino Taranto ogni volta che mi è possibile.
Perché non sia dimenticata.

Dunque. Ho scritto questo post su Thilafushi, tre giorni fa, l’ultimo di una serie sulle Maldive, che tra le altre cose, sono anche il paese non arabo con il più alto numero pro capite di foreign fighters. E Thilafushi è una piccola isola artificiale creata con la spazzatura, un’isola che fa sia da discarica sia da zona industriale, con questi operai che in cambio di salari con cui a stento si campa, lavorano tra esalazioni tossiche di ogni tipo. Con una probabilità micidiale di ammalarsi di cancro. Riassumo tutto questo per chiunque non sia di Taranto, perché nel resto d’Italia tutti hanno letto un pezzo sulle Maldive: invece a Taranto sembra che tutti abbiano letto un pezzo su Taranto. Perché a un certo punto, parlando dell’aria densa di diossina, ho scritto: “Sembra Taranto”. E quindi ora sono tre giorni che da Taranto mi inviano foto di lungomari, tramonti e spaghetti con le cozze, sostenendo che ho paragonato la città a una discarica e rovinato la sua immagine, e il turismo, e che dovrei risarcire i danni.

Anche se non si parlava di bellezza, lì. Si parlava di diossina.

E a Taranto la diossina si trova anche nel latte materno.

Sono una giornalista di guerra, e tutti mi conoscono per la Siria: ma il mio primo pezzo è stato su Taranto. Era il 2012. E vivevo in Medio Oriente, ero una specialista di diritti umani. Poi Antonio Cassese, che è stato tra i padri della Corte Penale Internazionale, e con cui ho studiato, si ammalò di leucemia, e mi disse: Ma che senso ha difendere i diritti umani in Afghanistan, in Iran, Iraq, se poi non sei capace di difenderli a casa tua? E mi disse: Racconta Taranto. Mi disse: Racconta l’Ilva. Che all’epoca, era una storia nota a livello locale: non nazionale. E le cose esistono solo quando vengono raccontate, mi disse. E solo quando esistono, possono essere cambiate.

Come dice Roberto Saviano: la parola non descrive, crea.

Sono trascorsi cinque anni da quell’inchiesta, e da tante altre, ma colpisce: ancora adesso, provate a cercare dei dati chiari sull’inquinamento a Taranto. Non si capisce niente.
Perché vogliono che si sappia il meno possibile.

Quel poco che si trova, è firmato in larga parte dal Fatto Quotidiano: che in questi cinque anni, ha seguito Taranto passo passo. E quindi perché mai, all’improvviso, l’avremmo attaccata? Quando ho notato che a Taranto il riferimento alla città veniva frainteso, e collegato alla discarica, invece che alla diossina, ho subito aggiunto un commento in calce al testo, e ho via via precisato la stessa cosa a tutti quelli che mi hanno contestato – tutti, eccetto i giornalisti locali: che nell’invitarmi a cambiare mestiere, si sono dimenticati quella che è la sua prima regola: parlare con quelli di cui si parla. Chiedere chiarimenti. D’altra parte: molti mi avevano letto con così tanta attenzione, che per svariate ore sono stata accusata di avere paragonato Taranto a una baraccopoli dell’India. Ma comunque: è stato tutto inutile. Sono tre giorni che ripeto: Mi riferivo alla diossina! E sono tre giorni che mi rispondono: Questa non è una discarica!

E quando è così, è evidente che l’obiettivo non è discutere, è altro.
L’obiettivo, quando è così, è sfogarsi.

Ero curiosa di capire chi erano questi lettori che si erano così indignati, e ho sbirciato un po’ nei profili Facebook: e tutti, ma veramente tutti, hanno qui e lì foto di nebbia e ciminiere, foto scattate quando il vento, o eventi particolari, saturano l’aria di polveri – è quella che a Taranto chiamano: la cappa. Alle 13.08 del 17 ottobre, proprio mentre il mio pezzo andava online, uno di quelli che più mi si è scagliato contro scriveva: “Una coltre di fumi e gas oggi sovrasta la città nella generale indifferenza”. E poi nei commenti, nelle discussioni, tutti che citano fratelli, padri, amici morti di cancro. Ma veramente tutti. In questo attacco, in questo insistere a sostenere che ho paragonato Taranto a una discarica, in questo non ascoltare, in questo ripetere ossessivi: Chiedi scusa, Chiedi scusa, Cancella quella frase, non leggo che la sofferenza profonda, e amara, di una città che si sente abbandonata da tutti – e lo è. Una città che sa che è tutto fermo, in realtà. Che la sfida della bonifica, e della riconversione di un’area industriale che è più estesa di Taranto stessa, è una sfida immane, una sfida che richiederebbe l’impegno di tutti, dentro e fuori la Puglia: e per cui invece ancora non esistono idee precise, progetti precisi: volontà precise, soprattutto – una città che sa che il suo futuro è vago e fragile, ancora stretta in questa scelta feroce tra la salute e il lavoro: e che si aggrappa alle foto dei tramonti, delle spiagge. Dei prati in fiore.

Ed è proprio per questo ho nominato Taranto.
In questo pezzo, e in ogni altro pezzo in cui mi è stato possibile.
Perché non resti nella generale indifferenza.

Mi chiedono ora di risarcire il danno all’immagine. Ma mi dispiace, no. Il vero danno da risarcire, a Taranto, è quello alla sostanza.