La corruzione uccide. Con questo slogan alcuni anni fa in Russia si è cercato (invano) di richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica su un tema scomodo con una campagna di sensibilizzazione che rievocava una vicenda dolorosa: con appena pochi dollari di tangente all’addetto alla sicurezza di un aeroporto un gruppo terroristico aveva fatto imbarcare su un aereo un bagaglio contenente un ordigno esplosivo, poi esploso in aria. Ma la corruzione può uccidere per molte vie. Ad esempio quando – ed è storia italiana – a suon di bustarelle si propizia l’acquisto di valvole cardiache difettose, o di emoderivati infetti.

La corruzione si annida nell’ombra. Se è esposta alla luce del pubblico scrutinio, gli obiettivi non dichiarabili e i profitti attesi dai suoi protagonisti rischiano di andare in fumo. Quando i corrotti ascendono ai massimi livelli istituzionali e si ricompattano – al di là del colore politico – in un unico blocco di potere, allora la pratica della corruzione degenera in cleptocrazia, il governo dei ladri, e la razzia dei beni comuni non conosce più freni. Se non, occasionalmente, il contrappeso di una stampa libera, grazie alle denunce di giornalisti coraggiosi, e di una magistratura indipendente, ancora capace di perseguire i reati. Ma quando il potere pubblico corrotto smuove interessi cospicui e attiva ingenti flussi finanziari, fatalmente finisce per cercare contatti e fissare connessioni più stabili e strutturate con il “sottomondo” criminale.

Ha un valore universale la lezione impartita dal Massimo Carminati di Mafia capitale in una leggendaria intercettazione: “il mondo dei vivi e il mondo dei morti” inevitabilmente si incontrano, perché nel “mondo di mezzo anche la persona che sta nel sovramondo ha interesse che qualcuno nel sottomondo gli faccia delle cose che non le può fare nessuno”. A Roma come a Malta, ovunque la corruzione entri in simbiosi con entità criminali già organizzate, e ben disposte a “organizzare” e proteggere da intrusioni e turbolenze anche i lucrosissimi maneggi di tangenti.

I gruppi criminali possono “fare delle cose” scomode come intimidire, ove occorra persino eliminare chi minaccia di scoperchiare il sistema politico-criminale dominante. Per anni a Malta la giornalista indipendente Daphne Caruana Galizia ha combattuto, nonostante le minacce, una battaglia contro il malaffare imperante ai vertici del governo nel piccolo stato dell’Unione europea. Il suo ultimo articolo, pubblicato pochi minuti prima che una carica esplosiva nascosta nella sua auto ne straziasse il corpo, è un atto d’accusa che non ammette repliche, e nel contempo un testamento morale. Si richiamano traffici opachi di esponenti di spicco del governo, conti cifrati, arricchimenti inspiegabili, banche fittizie in cui affluiscono dall’estero fondi misteriosi, presumibile contropartita della conclusione di affari di Stato. Le sue ultime parole sembrano una premonizione: “Ora ci sono corrotti ovunque guardi. La situazione è disperata”.

Le sue denunce hanno acceso un potente riflettore sulle molte relazioni pericolose dei vertici istituzionali maltesi. E’ anche grazie al suo paziente lavoro che sappiamo quanto il governo dell’Azerbaijan abbia condizionato scelte europee – ad esempio, pagando tangenti ad europarlamentari affinché chiudessero un occhio sulle violazioni dei diritti umani, in base all’immortale principio che pecunia non olet – propiziando la selezione del progetto di realizzazione del gasdotto Tap, col suo strascico di appalti e profitti miliardari per chi realizzerà le infrastrutture, otterrà concessioni, venderà la materia prima estratta in quel paese. Le sue inchieste hanno svelato l’esistenza di conti panamensi, nei quali una società della moglie del premier laburista maltese ha visto affluire un milione di dollari dalla figlia del dittatore azero, soldi transitati da una banca maltese al 60 per cento di proprietà di altri esponenti di quel regime autoritario. Una banca in territorio europeo era così diventata centrale di riciclaggio di tangenti e altri capitali sporchi.

Ma Daphne Caruana Galizia non aveva riguardi per i potenti interlocutori istituzionali, indipendentemente dal loro colore politico. In alcuni dei suoi ultimi articoli, ad esempio, racconta dell’incredibile amicizia “come sorelle” della moglie del leader dell’opposizione maltese con la consorte di un narcotrafficante appena arrestato, e dell’inspiegabile sfarzo dei suoi abiti da cerimonia.

Ma qualsiasi denuncia della stampa, per quanto coraggiosa, risulta impotente se non trova orecchie sensibili. Il premier maltese Muscat oggi proclama che nonostante le critiche ricevute dalla giornalista “nessuna rivalità giustifica una morte del genere” – come se fosse concepibile il contrario. Eppure, costretto alle dimissioni durante il suo mandato di guida europea, proprio a seguito dello scandalo, l’attuale premier aveva di nuovo vinto a man bassa le elezioni. Pecunia non olet, appunto, e se il ricavato delle tangenti che circolano lo consente, la corruzione può diventare merce di scambio anche nel mercato elettorale.

Le organizzazioni mafiose penetrando nel Centro-Nord Italia trovano terreno fertile soprattutto nei piccoli comuni, dove i voti controllati hanno maggiore peso specifico e i loro capitali possono fare la differenza nel contesto economico-professionale. Su scala più ampia si realizza lo stesso processo: risulta relativamente semplice per un gruppo politico-criminale straniero smuovere capitali e interessi tali da “colonizzare” e condizionare le scelte politiche di un piccolo Paese come Malta, che nello scenario europeo esercita un potere sproporzionato rispetto alle sue dimensioni. “Siamo in uno Stato mafioso… dove vieni fatto a pezzi per il solo fatto di esercitare i tuoi diritti fondamentali e le tue libertà”, denuncia il figlio della giornalista, e non sembra solo una metafora dettata dal dolore.

Sono giorni molto tristi non solo per il popolo maltese, ma per tutti i cittadini del mondo quelli in cui la corruzione uccide un’altra voce libera