Doddore Meloni aveva detto dall’inizio che avrebbe dovuto salvarlo lo Stato. Aveva deciso di non nutrirsi, ma rimaneva passivo, non rifiutava le flebo. Chi di dovere avrebbe dovuto intervenire”. Cristina Puddu è la legale di Salvatore “Doddore” Meloni, indipendentista sardo morto la mattina del 5 luglio all’ospedale Santissima Trinità di Cagliari. Era debilitato da 68 giorni di sciopero della fame e oltre 35 di sciopero della sete, interrotti all’inizio di giugno. A 74 anni se n’è andata così l’anima storica del movimento indipendentista sardo Meris, di cui anche l’avvocato Puddu è un’esponente: si è candidata alle ultime elezioni legislative proprio con il movimento del suo assistito.

L’avvocato e i familiari di Meloni hanno chiesto che fosse disposta un’autopsia: “Ora l’inchiesta deve appurare chi è stato responsabile di questa sottovalutazione il cui esito ha portato alla morte di Doddore Meloni”, continua Puddu. Per due volte l’avvocato Puddu ha depositato un’istanza di scarcerazione. Il Tribunale di Cagliari ha rigettato la prima richiesta il 20 giugno, sostenendo che le condizioni di salute del detenuto non fossero incompatibili con la detenzione. Tre giorni dopo, Puddu ha ribadito la richiesta, che non ha mai ricevuto una risposta. Già all’epoca i familiari sostengono che il leader indipendentista avesse perso oltre 30 chili. Trasportato d’emergenza in ospedale il 29 giugno, è poi entrato in coma ed è morto in seguito per un arresto cardiaco.

Doddore Meloni, in carcere dal 28 aprile, aveva cominciato fin dal primo giorno lo sciopero della fame e della sete. Racconta l’avvocato: “Contestava la persecuzione giudiziaria nei suoi confronti cominciata nel 2008, anno in cui ha ripreso l’attività politica”. La difesa riporta la versione di Meloni in un memoriale di 250 pagine: il motivo per il quale Meloni sosteneva di essere un prigioniero politico. Quando è entrato in carcere ad Oristano (in seguito è stato spostato a Cagliari) aveva in mano un libro di Bobby Sands, l’indipendentista nordirlandese lasciatosi morire di fame e sete il 5 maggio 1981, a 27 anni. Quello di Meloni, per l’avvocato Puddu, non è stato però un suicidio: se lo Stato avesse voluto tenerlo in vita, Meloni avrebbe accettato le cure.

“La legge italiana vieta in ogni caso il trattamento sanitario obbligatorio. Non credo che nessuno possa essere costretto a mangiare e a bere, a meno che non sia più capace di intendere e di volere. Il discrimine è complicato: non possiamo impedire a una persona di decidere di come disporre del proprio corpo per una protesta”, commenta Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, la più importante associazione italiana che si occupa di diritti dei detenuti. Gonnella ricorda casi di scioperi della fame di massa – evento mai visto in Italia – che hanno prodotto risultati positivi per i detenuti. Il 28 maggio di quest’anno, dopo oltre 30 giorni di sciopero, 1.500 detenuti palestinesi hanno ottenuto l’aumento delle visite dei familiari, la revoca delle restrizioni ai familiari adulti dei reclusi e la possibile installazione di telefoni pubblici. Ma quello di Meloni non era uno sciopero rivolto all’amministrazione penitenziaria, ma al tribunale che lo giudicava. Questo complica ulteriormente la sua vicenda: “Bisogna capire se è stato fatto tutto ciò che si doveva per evitare il decesso, oppure se ci si è invece chiusi in una sorta di superiorità istituzionale che evita il confronto con il recluso”, prosegue Gonnella. “A volte si ragiona in termini sbagliati: non si negozia con chi sta in carcere perché si ritiene che altrimenti gli si dà una legittimazione politica”, conclude Gonnella.

Trovare una soluzione prima che sia troppo tardi è ciò che preoccupa anche il garante dei detenuti Mauro Palma, che risponde alle domande de ilfattoquotidiano.it da un ospedale dove sta facendo riabilitazione a seguito di un intervento. Proprio questo impedimento non gli ha consentito di visitare in tempo Meloni: un motivo di rammarico personale, dice il garante. Già quando Mauro Palma era presidente del Comitato europeo sulla prevenzione alla tortura, ricorda, aveva affrontato situazioni simili. In Spagna, un indipendentista dell’Eta era stato nutrito a forza, al contrario di quanto hanno fatto le autorità inglesi con Bobby Sands. “Il punto da cui partire è quello di voler cercare di dirimere un conflitto, che non vuol dire accondiscendere a tutto ma cercare un punto di mediazione”, dice Palma. A prescindere dal caso Meloni, per Palma, quello che manca alle istituzioni penitenziarie è la capacità di risolvere i problemi prima che sia troppo tardi. Un punto che avrebbero dovuto affrontare anche i famosi Stati generali delle carceri, incontro di associazioni e addetti ai lavori convocati dal ministro della Giustizia Andrea Orlando ormai un anno e mezzo fa e da allora fermi: “Una maggiore presenza del supporto sociale e della capacità dialogica vale di più del ricorso postumo alla giustizia per stabilire chi aveva ragione. La vita a quel punto ormai è persa”. I frequentissimi episodi di suicidi in carcere (l’ultimo un collaboratore di giustizia il 6 luglio al carcere di Voghera, ndr) e di scontri con la polizia penitenziaria confermano quanto nelle carceri non si riesca ad evitare il peggio. “In fondo – conclude Palma – il diritto penale è uno strumento sociale per dirimere i conflitti. Anche nelle carceri le istituzioni dovrebbero intervenire in questo senso e non solo a posteriore quando i conflitti sono già esplosi”.

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