A Caivano, 35mila abitanti alle porte di Napoli, va in scena tutti i giorni una lotta tra bene e male. Sotto i piedi la Terra dei Fuochi che sputa rifiuti tossici, intorno palazzi che parlano della tragedia della piccola Fortuna Loffredo e di altri casi di abusi sui minori. I giovani come fanno a costruirsi un futuro? Lo sa bene Ilario Cantiello, che lì è nato e cresciuto. Lui, brillante ingegnere aerospaziale che vive a Londra, questa battaglia l’ha provata sulla pelle e oggi dice: “Il vero coraggio non ce l’ho io che mi sono trasferito all’estero, ma quelli che sono rimasti e lottano ogni giorno per rendere Caivano un posto migliore”.

Quando ha capito che il suo futuro poteva essere lontano da casa, Ilario è stato a lungo combattuto: “Ero diviso tra la passione per il mio lavoro e la volontà di restare per aiutare il mio paese”, racconta a ilfattoquotidiano.it. E anche se oggi sente di aver fatto la scelta giusta, c’è un pensiero che ogni tanto gli torna in testa: “Mi porterò sempre dietro il rimpianto di non aver sfruttato le capacità per migliorare casa mia”, ammette.

Oggi la sua è una storia a lieto fine, come quella di tanti giovani italiani che vanno all’estero per acchiappare i loro sogni. Il viaggio verso il successo, però, è stato un po’ più complicato: “Caivano è sempre stato un territorio difficile, ma quando ci cresci la vedi come casa tua, la guardi comunque con affetto”, spiega. Ilario oggi di anni ne ha 31, di cui 23 passati nella sua terra natale, e di cose da raccontare sulla sua infanzia ne ha un bel po’: “Si vive molto in strada, i servizi e le infrastrutture scarseggiano e per i ragazzi non ci sono divertimenti o distrazioni”, sottolinea. Così ci vuole poco a finire in qualche brutto giro: “Quando sei piccolo è difficile fare una distinzione tra persone giuste e sbagliate – spiega -, magari vedi già chi ha delle tendenze particolari, ma a quell’età consideri tutti amici”. Grazie alla presenza della sua famiglia e a una passione sconfinata per lo studio, lui è riuscito presto a capire come giravano le cose: “Non ho mai avuto problemi con la giustizia, ma in un posto così è facile finire in situazioni in cui non dovresti essere”, ammette.

Alla soglia dei 15 anni, Ilario ha capito che la vita non era tutta lì: “Ho iniziato a notare gli effetti che alcuni comportamenti avevano sulle persone intorno a me – ricorda – e mi sono chiesto cosa c’era là fuori”. E grazie al suo amore per la scienza, ha invertito la rotta: “Il mio più grande interesse era capire come funzionava l’universo e lo è tuttora”. Così, dopo il diploma al liceo scientifico, si è iscritto a ingegneria aerospaziale alla Seconda Università di Napoli, proprio negli anni in cui è scoppiato il caso della Terra dei Fuochi: “Ho visto tante persone intorno a me ammalarsi di tumore – ricorda -, è stato uno shock perché questa volta i problemi non si limitavano più alla piccola delinquenza, ma toccavano da vicino beni primari come l’acqua e il cibo”. Ilario ha cercato di dare un contributo concreto alla causa: “Ho cominciato a fare politica, sentivo il bisogno di difendere il posto in cui ero cresciuto”, spiega. Le cose, però, erano molto più grandi di lui e “a un certo punto ho capito che dovevo decidere se continuare a lottare contro i mulini a vento o andare via per realizzare i miei sogni”.

E alla fine – non senza sofferenze – ha scelto la seconda opzione. In vista della tesi specialistica, infatti, gli è stata offerta la possibilità di seguire un progetto in un’azienda che produce satelliti a Milano. Ilario era entusiasta, ma l’università non avrebbe coperto le spese: “In quel momento il sostegno economico della mia famiglia non bastava, per cui nel poco tempo libero dovevo lavorare – ricorda – e ho fatto di tutto, dal promoter al cuoco”. Gli sforzi vengono ripagati con una laurea da 110 e lode e un riconoscimento accademico per essere stato uno degli studenti migliori del suo corso. Dopo pochi giorni arriva un’altra chiamata da Milano: l’azienda questa volta gli offre un contratto di stage e Ilario coglie l’occasione al volo. Dopo sei mesi, però, i fondi per la ricerca cominciano a scarseggiare e l’ufficio gli comunica a malincuore che difficilmente sarebbero stati in grado di portare avanti il rapporto lavorativo. Ma proprio in quel periodo si apre una posizione lavorativa a Brema, nella sede tedesca della stessa azienda, e seppur con poca esperienza alle spalle Ilario riesce a guadagnarsi quel posto.

“Dovevo lavorare sulla missione ESA Galileo – ricorda -, è stato un periodo molto intenso, perché non conoscevo il tedesco e il progetto aveva tempistiche brevi”. Anche questa volta la fatica porta i suoi frutti e Ilario inizia a ricevere molte richieste interessanti: “A quel punto anche l’azienda italiana mi rivoleva e per riavvicinarmi a casa accettai di fare la spola tra l’Italia e la Germania, seguendo quattro progetti contemporaneamente”. Il nostro Paese, però, iniziava a stargli stretto: “So che può sembrare assurdo se detto da un ragazzo cresciuto a Caivano, ma dopo quei tre anni in Germania ero diventato insofferente persino a Milano”, ammette.

Quando arriva una chiamata da Londra, tutto diventa chiaro: “Mi hanno chiamato per una posizione in Airbus, il top per chi come me lavora nel settore dei satelliti – spiega -, ho accettato e dal 2013 vivo qui”. Il lavoro è impegnativo, ma regala grandi soddisfazioni: “Lavoro su una missione puramente scientifica, Solar Orbiter, finanziata dall’ESA in collaborazione con la NASA, il cui obiettivo è migliorare la conoscenza che abbiamo del Sole e gli effetti che fenomeni come il vento solare e le eruzioni magnetiche hanno sulla Terra e sull’intera eliosfera.

Nel giro di poco tempo Ilario è riuscito anche a conquistarsi un ruolo di grande responsabilità all’interno del suo team, che si occupa del sistema di controllo d’assetto e orbitale della missione: “Mi hanno chiesto di essere lo Study Leader, anche se sono più giovane di molti dei miei colleghi – sottolinea -, credo che in me abbiano visto capacità umane, oltre che tecniche, d’altronde quando cresci in certi contesti è molto più facile gestire persone e situazioni di varia natura”. Da cittadino del mondo quale è, si è innamorato di Londra: “È una città meravigliosa, perché ti dà la possibilità di conoscere te stesso e quello che ti piace”, ammette. A Caivano ormai torna di rado, perché nel poco tempo libero preferisce girare il mondo. Il suo amore per il Sud, però, è intatto: “I paesi del Napoletano vengono tirati in ballo solo quando si parla di cronaca nera e invece sono pieni di gente di talento, che spesso non ha la possibilità di esprimersi”. E anche ora che di strada ne ha fatta tanta, Ilario non sa tagliare quel doppio filo che lo tiene legato alla sua terra: “So che se mai un giorno perdessi la bussola, Caivano sarebbe l’unico posto al mondo in cui potrei ritrovare me stesso”.

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