Chissà che effetto faranno le note di una poesia sulla solitudine come Pulenta e galena fregia sparate nello stadio di Bob Marley, di Springsteen, di Vasco: chitarra, fisarmonica e voce amplificate in uno spazio consacrato da sempre ai grandi riti corali. Lo scopriremo il 9 giugno 2017, quando Davide Van de Sfroos salirà sul palco di San Siro e riempirà il tempio dei mega live con il suo folk fatto di storie e personaggi di provincia, anzi di confine: il Cimino, il Genesio, l’Alain Delon de Lenn, Sugamara, il minatore di Frontale si metteranno l’abito buono (“i cauboi van giò a Milan, con la cravatta e la giacchetta blu”) perché questa volta non faranno ballare e commuovere le piazze dei posti in cui sono nati, ma l’arena più grande e prestigiosa d’Italia.

L’annuncio del concerto ha lasciato increduli i fan della prima ora e non solo, ma la sorpresa è durata poco, perché il cantautore, al secolo Davide Bernasconi, nato a Monza e cresciuto a Mezzegra, sul lago di Como (dove sono nati quasi tutti i protagonisti delle sue canzoni), ama le sfide impossibili e col tempo si è abituato all’idea di vincerle: che si tratti di presentarsi a Sanremo con una canzone in dialetto laghée che immagina Yanez e i personaggi di Sandokan in pensione sulla riviera romagnola (quarto posto al Festival), oppure di incantare la Notte della Taranta a mille e passa chilometri dalle terre che sono l’habitat naturale dei suoi testi. Fino a riarrangiare con orchestra sinfonica i pezzi e presentarli con successo al teatro degli Arcimboldi. E riuscendo perfino – con un po’ di sforzo in più, ma questa è un’impresa quasi impossibile nel nostro Paese – a scrollarsi di dosso qualsiasi etichetta politica. Si definisce “politicamente ateo” e può permettersi di suonare a Pontida e allo stesso tempo registrare pienoni alle feste dell’Unità. Con buona pace di chi lo considerava “cantore del leghismo”. I suoi personaggi non raccontano per chi votano, ma ci dicono chi sono e quello che combinano. Spesso aiutandoci, allo stesso tempo, a riflettere su noi stessi.

E allora ben venga Van De Sfroos a San Siro, proprio nella città dove i suoi protagonisti si sentono inadeguati e costruiscono aspettative troppo grandi: non solo i “cauboi” delle origini (quelli che “anche Dio el ciapa il metrò”), ma anche e soprattutto i tre amici della poetica 40 Pass, che arrivano nel capoluogo con la voglia di dimostrare chi sono, ma per la loro ingenuità finiscono tutti e tre a San Vittore. E pensano al Duomo, “questa gesa tropa granda” (chiesa troppo grande). E forse è così anche per Davide, forse anche lui non pensa al Meazza come al tempio delle star, ma semplicemente a una “gesa tropa granda” dove celebrare il suo rito. In Lombardia Van de Sfroos ha davvero suonato in ogni piazza, in ogni campo sportivo, in ogni paese per vent’anni. E negli ultimi dieci ha calcato palchi di ogni genere e dimensione in tutta Italia.

Ecco perché questo evento per Davide non è la consacrazione, non è – come qualche critico ha scritto in rete – una medaglia da appuntarsi al petto per poter dire di far parte dei grandi. Non è nemmeno un’operazione commerciale (semmai, da questo punto di vista, è un azzardo, e per ora sul canale ufficiale vivaticket sono in vendita solo prato e primo anello, tutto senza grandi network radiofonici a promuoverlo). E’ semplicemente una sfida con se stesso, con il suo pubblico, con la sua musica, con i personaggi delle sue canzoni e con le sue storie di lago, di vento, di vita di paese, di partenze e di ritorni, di contrabbandieri matti o tristi. Tutti questi ingredienti, per una sera, illumineranno San Siro trasformandolo, per la prima volta nella sua gloriosa storia, in una gigantesca balera d’autore.

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