Dopo averci deliziato sull’abbattimento della Bindi, il De Luca show prosegue. Stavolta il contendere riguarda il referendum costituzionale. “Fate votare sì. Da Renzi fiumi di soldi. La riforma non piace? Me ne fotto. Dobbiamo essere compatti il premier ci ha dato milioni. Cosa vogliamo di più?”.

Del resto se il ministro Boschi lega gli 80 euro alla vittoria di Renzi, perché stupirsi se a qualcuno scivola il piede sulla frizione… Il modo sbrigativo con cui nel centrosinistra stanno minimizzando e liquidando l’arroganza di De Luca è la spia rossa del cruscotto renziano. Le scuse non bastano più perché una volta passi, due forse, ora basta. A meno che quel glossario politico non diventi un codice tollerato. Tollerarlo a fasi alterne no.

La Bindi è il suo bersaglio, al pari dei Cinquestelle. Per De Luca la Bindi è il nemico, è colei che l’ha sfregiato con una parola (“impresentabili“), quindi egli vuole restituire la pariglia. Con parole diciamo… forti. De Luca non è Trump, perché – ripeto – De Luca sceglie i propri obiettivi individualmente non per genere. Non è più il politicamente scorretto, è altro.

Mi sono andato a riprendere le dichiarazioni del centrosinistra verso Gentilini, lo sceriffo di Treviso, sindaco votato con percentuali importantissime. Quei commenti ora dovrebbero essere stampati e posati sulla scrivania del segretario Pd e pure della Boschi: di Gentilini chiedevano le dimissioni, chiedevano l’epurazione dalle istituzioni. Qual è la differenza tra Gentilini e De Luca? Entrambi sceriffi, entrambi pratici, entrambi imbarazzanti. Sono identici. Più nauseante delle frasi di De Luca è il doppiopesismo del centrosinistra, che d’ora in avanti farà bene a tacere.

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