Come Cristo, come Christo, e come parecchie altre centinaia di migliaia di persone, anch’io ho camminato sull’acqua. Le Floating Piers che l’artista bulgaro ha steso per unire alcune isole del lago d’Iseo alla terraferma permettono questa esperienza singolarissima e sensoriale: ci si trova a piedi in mezzo al lago e dopo qualche chilometro di cammino sulla passerella galleggiante si comincia a barcollare, si ondeggia e al tempo stesso si “sente” l’acqua sotto i piedi: liquidità dell’elemento che richiama la provvisorietà del nostro vivere, la nostra fragilità e sospensione (che errore fanno i molti che camminano lì sopra tenendosi le scarpe!). Passare a piedi in mezzo al lago ha anche un che di magico, di laicamente mistico: è la sfida all’impossibile, è Leonardo che vuol volare. Ed è anche rovesciare il punto di vista: stare in piedi sull’acqua è come affondare nelle sabbie mobili. Il cosmo e il suo contrario.

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Dunque che cosa sono le Floating Piers, evento popolare stile fiera paesana, marketing o arte? E’ un dibattito sterile questo, perché la passerella di Christo è un’espressione dell’arte contemporanea proprio perché è popolare e frequentatissima. Nei musei tradizionali si starebbe bene da soli: chi non ha mai sognato di poter godere della Gioconda o della Primavera in un giorno di chiusura dei rispettivi musei? Sulle Floating Piers no: sarebbe insensato pensare di esserci da soli, perché l’opera di Christo ha una natura prima di tutto tattile. Bisogna toccare tutto: la passerella ma anche la folla, essere immersi in questa esperienza, col sole bollente, gli idranti dei vigili del fuoco sparati per rinfrescare, la gente seduta per terra da non calpestare. Oggi l’arte è immersiva, richiama i sensi, li attiva.

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Ed è transitoria, eterna nel suo volare oltre e scomparire, restare nel ricordo o nella memoria sensoriale. A Brescia, al museo di Santa Giulia – pochi chilometri dal lago d’Iseo – è in corso in questo periodo una bella mostra sull’itinerario creativo di Christo. Nella sala dedicata alle Floating Piers campeggia una scritta dello stesso Christo: “E’ un progetto molto sensuale, sexy, fortemente connesso alla dimensione tattile”. E tutti i progetti che Christo ha realizzato, o anche solo immaginato con la compagna di vita Jeanne-Claude (molte idee non si sono potute concretizzare), sono esperienze del tatto. Rivestire il Reichstag di Berlino con i teloni vuol dire dare una nuova mobilità, una nuova volatilità, a un’icona del potere stabile, immutabile, fisso.

E la stessa cosa vale per i tanti altri luoghi dell’architettura impacchettati, dal Pont Neuf di Parigi alle Mura aureliane di Roma. Dare mobilità a ciò che non ne ha. Costruire ossimori, come con la Running Fence, un muro di teloni volanti che non divide nulla per quarantacinque chilometri, realizzato negli anni ’70 in California. Oppure, come accade per altri interventi sui paesaggi, reinventare luoghi, sensazioni, visioni. Quando Christo circonda delle piccole isolette nei pressi di Miami, fasciandole con un percorso rosa, scrive: “Queste sono le mie ninfee di Monet”. Un paesaggio che, da naturale, diventa astratto, una nuova visione del luogo, un esperire il mondo con altri occhi, o altri sensi: l’arte è questo, un’intensificazione dell’esperienza del mondo con altri mezzi.

In questi giorni il lago d’Iseo si è reinventato grazie a Christo e grazie alle file chilometriche per raggiungere la passerella (ma con un po’ di inventiva e con la capacità di guardare bene il territorio si evitano tutte le code). Paesi dove il vivere è quieto e regolare si scoprono luoghi del movimento, del colore, della fluidità. Approfittarne al volo vuol dire sintonizzarsi sulle lunghezze d’onda dell’arte contemporanea. Stiano a casa gli snob cui la folla fa paura.

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