commissione 675

Prendiamo sul serio la polemica di Matteo Renzi con la Commissione Ue, facciamo finta che non sia solo fumo per nascondere le difficoltà in arrivo con la legge di Stabilità 2017. Discutere di che cosa sia l’Europa e di cosa debba essere è inevitabile, ora che si avvicina il referendum per l’uscita della Gran Bretagna e che la Grecia pare di nuovo paralizzata dalla necessità di adottare riforme prive di consenso popolare.

Dopo la scomparsa degli euro-entusiasti, restano tre approcci in campo: 1) i collaborativi, che vedono i limiti dell’Unione ma pensano che sia illusorio comportarsi come se non esistesse 2) i conflittuali, che – come oggi Renzi – vedono il rapporto con Bruxelles come un gioco a somma zero, ogni tanto vince lo Stato membro, ogni tanto i burocrati 3) gli apocalittici, che aspettano il momento in cui tutte le contraddizioni esploderanno, l’euro deflagrerà e così via. Questi ultimi sono gli stessi che dal 1848 aspettano la fine del capitalismo.

Armatevi di pazienza. I conflittuali dovrebbero leggere un paper di Evangelos Venizelos, pubblicato dal Ceps: l’ex leader dei socialisti greci ci ha rimesso la carriera per non aver saputo gestire i rapporti con l’Europa. E oggi, dell’Unione, offre questa definizione: “L’Ue è allo stesso tempo una funzione e, come progetto di integrazione, un negoziato continuo. E non è un negoziato basato sulla deontologia dei trattati fondativi, ma una spietata trattativa tra governi”. L’Europa, insomma, non è statica, ma dinamica. E cambia molto in fretta, nonostante certa retorica populista.

L’unico approccio produttivo è quindi quello di accettare una certa dose di schizofrenia: l’Italia è sia parte dell’Europa che ha deciso le nuove regole sulle crisi bancarie o il Fiscal compact sull’austerità, sia il Paese che ne subisce le conseguenze. Fingere che ci sia una contrapposizione netta tra Stati membri e eurocrati significa lasciare le decisioni ai Paesi che hanno capito come funziona la politica europea.

Il Fatto Quotidiano, 10 febbraio 2016

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