I magistrati in pensione ricevono in media dall’Inps 103mila euro l’anno di trattamento previdenziale. A renderlo noto è lo stesso istituto presieduto da Tito Boeri, che ha pubblicato un report ad hoc sulla categoria nell’ambito dell’Operazione porte aperte. Circa il 90% degli assegni in pagamento, segnala l’istituto, è superiore ai contributi versati. Solo il 10% dei beneficiari si vedrebbe aumentare l’assegno se fosse ricalcolato con il metodo contributivo ora in vigore.

I trattamenti ricalcolati con il contributivo sarebbero in media più bassi del 12%. Rispetto ad altre categorie, le riduzioni risultano più contenute in quanto l’età e l’anzianità media alla decorrenza, rispettivamente circa 70 e 46 anni, sono più alte rispetto al complesso delle pensioni dei dipendenti pubblici e l’età non incide sul calcolo della pensione retributiva ma solo su quella contributiva, mentre l’anzianità, che incide su entrambi i calcoli, nel sistema contributivo viene valorizzata totalmente. Fino al 31 dicembre 1992 la pensione dei magistrati era calcolata sulla base della retribuzione tabellare dell’ultimo giorno di servizio maggiorata del 18% e non esistevano tetti retributivi. L’aliquota di rendimento è del 2,33% fino al quindicesimo anno di anzianità e dell’1,80% dal sedicesimo anno in poi.

I magistrati, in quanto dipendenti civili dello Stato, sono iscritti alla cassa per i trattamenti pensionistici dei dipendenti dello Stato (Ctps), istituita il 1° gennaio 1996 come gestione separata dell’Inpdap. La soppressione dell’Inpdap, dal primo gennaio 2012, ha determinato il trasferimento dei fondi gestiti all’Inps. Ma la cassa, a cui fanno capo tutti i dipendenti dello Stato, della scuola, dell’università e le forze armate per un totale di 1.581.000 iscritti, è gestita contabilmente in maniera unitaria, per cui non sono disponibili dati separati per categorie di iscritti e pensionati.

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