È uscito il secondo disco di una delle voci più interessanti del nuovo panorama della canzone d’autore italiana. Il disco si chiama “Caravanbolero”, lei è Erica Boschiero, e in questi anni si è distinta in tutti i concorsi a cui ha partecipato: dal Premio Bianca d’Aponte a Musicultura, dal Botteghe d’Autore al premio Andrea Parodi, a volte vincendo tutti i riconoscimenti a disposizione, altre volte – comunque – aggiudicandosi i premi della critica o quelli per i testi.

Molte sono le voci di consenso tra gli addetti ai lavori che si sono occupati di Erica Boschiero ultimamente: Luca Barbarossa e Neri Marcoré, lo scorso marzo, l’hanno eletta “ragazza del club” nella trasmissione “Radio2 Social Club” – in cui “Caravanbolero” è stato presentato in anteprima –; Ornella Vanoni ha recentemente avuto parole molto lusinghiere per lei e per la sua scrittura «fresca e positiva», riconoscendo alla cantautrice un «bel timbro vocale», fino a dire che «il disco è un ottimo prodotto, mi piacciono molto gli arrangiamenti minimali ed evocativi. Tra le canzoni del disco le mie preferite sono Antigone e Papavero di ferrovia. La ascolto volentieri. È già brava adesso al suo secondo disco e sicuramente crescerà molto. Sono contenta che ci sia questa novità nel panorama cantautorale femminile italiano».

In “Caravanbolero” spiccano collaborazioni eccellenti, a partire da Fausto Mesolella, uno dei migliori chitarristi italiani, che è una garanzia di qualità anche in merito alle capacità di scouting.
In un mondo musicale e discografico in cui gli esordienti sembrano essere solo quelli che affollano i karaoke nei talent, i brani che compongono l’album di Erica Boschiero rivendicano autorialità e ottima capacità di scrittura. La sua chitarra è presente in tutte le canzoni del disco, le immagini e lo stile sono convincenti e raffinati, e appartengono esclusivamente alla sua creatività e al timbro della sua voce. Lo so: è assurdo che in una recensione ci sia bisogno di dirlo; non più assurdo del fatto che oggi queste particolarità siano disgraziatamente passate in secondo piano.

Tra i brani più riusciti del disco c’è proprio il primo singolo Papavero di ferrovia, già citata dalla Vanoni, canzone d’amore per niente scontata, in cui l’arpeggio di chitarra e il ritmo del dettato dei versi rendono benissimo l’incedere di un treno in corsa, per una relazione a distanza che avvolge e scombussola, e che però si realizza nella fugacità dei pochi momenti insieme; questi momenti sono rappresentati dal ritornello, che cambia le carte in tavola: la melodia si fa più statica nel ritmo, rappresenta l’attimo e la vicinanza dei due amanti e sfrutta il saliscendi delle diverse altezze delle note che la compongono, in maniera felicemente funzionale al messaggio. Colpisce anche il buon gusto per la melodia del brano Caravanbolero, che dà il titolo all’album, oltre alla ben riuscita aria di dromomania che restituisce la delicata Souvenir, brano dalla graziosa melodia che vinse – con un diverso arrangiamento – il Premio della Critica a Musicultura nel 2012, e che qui si fa testimonianza delicata di un viaggio fatto di undici canzoni dallo stile d’autore.

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