L’esito più imprevedibile è anche quello che, nel breve periodo, tranquillizza maggiormente i mercati. Mentre si delineava la netta vittoria dei conservatori di David Cameron in Gran Bretagna, le Borse europee hanno aperto tutte in rialzo, con Londra maglia rosa a +2 per cento. Ma il verdetto delle urne apre ora la strada a evoluzioni che potrebbero costare care all’economia britannica. E avere ripercussioni pesanti sul resto dell’Europa, di cui la capitale inglese rappresenta la principale piazza finanziaria. Il primo ministro che guida il Paese dal 2010 ha infatti promesso agli elettori che nel 2017 sarà indetto un referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione europea. In caso di vittoria dei no, per l’Italia si profilano uscite aggiuntive per quasi 1,4 miliardi di euro in termini di contributi al budget Ue per compensare quelli del Regno Unito (8,64 miliardi nel 2014) che verrebbero meno. A stimarlo sono la Fondazione Bertelsmann e l’istituto di ricerca economica Ifo, che prevedono, nello scenario peggiore, una perdita netta di 300 miliardi di euro per la Gran Bretagna tra 2018 e 2030 e impatti notevoli anche sul prodotto interno lordo tedesco e su quello di Irlanda, Lussemburgo, Belgio, Svezia, Malta e Cipro.

Tasse bloccate e nuovi tagli alla spesa piacciono ai mercati – Secondo Azad Zangana, economista di Schroders, “per gli investitori avere un chiaro vincitore alle elezioni elimina un enorme ammontare di incertezza nel breve termine sulla capacità del governo di agire e legiferare”. Di qui il rialzo della sterlina (+1,25% contro il dollaro e +2,5% sull’euro) e i guadagni del settore bancario e di quello delle utility, “sui quali pendeva la spada di Damocle delle politiche laburiste”. Il risultato del voto sgombra infatti il campo dal timore di un aumento delle tasse sui redditi alti, visto che Cameron ha garantito un blocco delle aliquote fino al 2020, e dà ai conservatori la forza di proseguire nell’attuazione del piano di austerità solo lievemente ammorbidito nel 2014. Per i cittadini si profilano dunque nuovi tagli alla spesa, a partire dai sussidi sociali per i disoccupati. Unica eccezione la sanità, visto che il premier ha di recente promesso di “stanziare più fondi e aumentare lo staff di dottori e infermieri destinati all’National health service”. Non stupisce che questo pacchetto piaccia ai mercati, visto che il risultato è stato una ripresa del pil, salito lo scorso anno del 2,8%, e una discesa del tasso di disoccupazione al 5,6 per cento. Il tutto, però, a fronte di conti pubblici che Bruxelles, se Londra facesse parte dell’Eurozona, boccerebbe senza appello: il deficit è a quota 5,6% del prodotto interno lordo.

L’incognita Brexit: per i servizi finanziari perdite fino al 5% del valore aggiunto – Ma, avverte Zangana, “nel corso del tempo l’attenzione degli investitori si sposterà sull’incertezza attorno al referendum”. Stando agli ultimi sondaggi il fronte pro-Ue oggi è in vantaggio, ma la prospettiva stessa della consultazione indurrà molte aziende a rimandare gli investimenti in attesa di maggiori certezze. Se poi i sì risultassero prevalenti, il Paese risparmierebbe quello 0,5% di Pil che versa ogni anno al budget dell’Unione europea ma dovrebbe far fronte a perdite ben più corpose. A fine aprile Hsbc ha reso noto di essere pronta a trasferire la sede fuori dall’Inghilterra. Già lo scorso anno, per altro, il Financial Times ha rivelato che in vista del possibile Brexit le banche statunitensi Bank of America, Citigroup e Morgan Stanley stanno organizzando lo spostamento di attività in Irlanda, a Francoforte e a Parigi. Nel complesso, stando al rapporto di Fondazione Bertelsmann e Ifo, il settore dei servizi finanziari potrebbe arrivare a perdere il 5% del valore aggiunto. E nello scenario peggiore (uscita dalla Ue non compensata da accordi commerciali), nel 2030 il prodotto interno lordo sarà più basso del 2,2% rispetto a quanto sarebbe stato in caso di permanenza nell’Unione. Tradotto in perdite pro capite, si parla di 4.850 euro complessivi in meno.

Su Berlino, Parigi e Roma una spada di Damocle da quasi 6 miliardi – Quanto agli altri Paesi, la Germania al 2030 vedrebbe calare il pil pro capite di un ammontare compreso tra i 30 e 115 euro, a seconda che l’uscita di Londra sia più o meno “soft”. In più, Berlino dovrebbe accollarsi maggiori spese per 2,5 miliardi per compensare il venire meno dei contributi inglesi al bilancio comunitario. Subito dietro la Francia, con uscite aggiuntive per 1,87 miliardi, e l’Italia, che dovrà trovare 1,4 miliardi in più. A subire le ripercussioni maggiori in termini di pil sarebbero però Belgio, Svezia, Malta e Cipro.

Community - Condividi gli articoli ed ottieni crediti
Articolo Precedente

Conti pubblici, Ue verso no a nuove norme su Iva. Ballano altri 700 milioni

next
Articolo Successivo

Investimenti pubblici, Fmi ci ripensa: “Quelli finanziati a debito creano lavoro”

next