L’auto dei carabinieri sperona il motorino, tre ragazzi finiscono a terra. Una guardia scende, spara un colpo e uccide Davide Bifolco di 16 anni.
Oggi, 18 aprile 2015, da piazza del Gesù a Napoli parte il corteo per ricordarlo.

Dopo la morte di Davide hanno messo un ceppo sul luogo nel quale è stato sparato. Le autorità hanno detto che doveva essere rimosso perché abusivo. In Italia si costruiscono interi quartieri abusivamente, ma un pezzo di marmo che ricorda la morte violenta di un minorenne dà fastidio più di un grattacielo, soprattutto se la sua vita è stata interrotta da un servitore in divisa dello Stato. Poi c’è stato un po’ di rispetto per quel giovane freddato in mezzo alla strada del suo quartiere. È durato fino all’acquazzone che ha rovinato la lapide e quando il padre, Gianni, l’ha ripristinata, s’è messo in difficoltà per pochi centimetri in eccesso rispetto al precedente ceppo. La giustizia è attenta ai millimetri, ma è capace di chiudere gli occhi su una pistola automatica che spara.

“C’è stata una grande solidarietà nel quartiere – mi dice Gianni – parevano i funerali di Totò”. I ragazzi di Traiano lo sanno che al posto di Davide poteva esserci uno qualsiasi di loro. Alle due di notte in tre sul motorino non ci vanno tutti, ma se erano in due o uno solo avrebbero rischiato lo stesso. E comunque, pur biasimando un comportamento scorretto come il loro, non possiamo credere che gente seria e responsabile quale dovrebbe essere quella che porta la divisa, arrivi a sparare per fermare tre ragazzini. Tre ragazzini disarmati e incensurati, anche se forse le guardie ne cercavano un altro che in quel momento stava da tutt’altra parte. Tre ragazzini che non hanno avuto un comportamento aggressivo nei confronti degli uomini in divisa, tant’è vero che hanno cercato di fuggire e chi fugge, inevitabilmente, è inoffensivo.

Alfonso del comitato promotore mi parla dei giornalisti che sono arrivati a Napoli per raccontare i fatti, “non erano interessati alla morte di Davide, facevano solo sociologia spicciola. Qualcuno diceva che la Camorra fomentava la rivolta, altri che la camorra era contro i rivoltosi perché portavano troppa attenzione al quartiere e bloccavano i loro commerci. Questo perché venivano a guardarci come bestie allo zoo. Come un fenomeno. Parlavano di noi come di un villaggio in mezzo all’Africa, una storia che la gente normale vede come il racconto di un popolo primitivo.  E molti di noi dicevano: ci dobbiamo dimostrare civili per far comprendere che abbiamo ragione, che è stato compiuto un tremendo sopruso. Come a dire che simm ‘na chiavica… E invece non è così”.

Li chiudono nel ghetto e raccontano che lì dentro c’è una guerra, così possono giustificare la militarizzazione e, se ci scappa il morto, fuori da quel recinto verrà letto come la fatale vittima di un conflitto qualunque, come se ci trovassimo a Gaza o in Siria. Traiano sta a Soccavo accanto al polo universitario, eppure hai l’impressione che basta traversare una strada e sei passato da Parigi a Kigali.

“Noi ci siamo avvicinati per solidarietà – dice Giusy di 23 anni che fa politica da sempre – la stampa si avvicinava per scavare nel suo passato, ma quale passato può avere un ragazzo di 16 anni? Qui c’è bisogno di rispettare dei diritti. Diritto al lavoro, alla casa, alla scuola alla sanità. E invece si risponde con le pistole. Noi facciamo assemblee, ci incontriamo, poco tempo fa in memoria di Davide abbiamo organizzato un torneo di calcio. È un modo per dare fiducia alla comunità. La militarizzazione è la risposta peggiore. Ammazzi una generazione intera con un solo colpo, in un solo corpo”.

Quelli che scendono in piazza oggi lo fanno uscendo dal loro quartiere, ma è come se la manifestazione arrivasse a Bruxelles e New York. Le periferie si somigliano tutte, la ghettizzazione produce gli stessi disagi ovunque, la militarizzazione è la risposta più facile, ma pure la più inutile per risolvere questo genere di problemi. Stavolta c’è andato di mezzo un ragazzo che manco stava scappando, visto che appena è stato sbattuto a terra dall’auto dei carabinieri s’è anche frantumato il ginocchio. Alle volte è il destino che ci mette il dito. Tante volte ci hanno detto che un colpo può partire accidentalmente anche se sei una guardia con dieci anni di esperienza. Magari hai tolto la sicura per tutelarti da qualche imprevisto, mentre salti fuori dall’auto ti capita di inciampare e la pistola spara. Alfonso sorride, mi dice: “Qui inciampano tutti, saranno le scarpe che sono fatte male”.

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