Il pentimento postumo dell’agente Tortosa conta poco o nulla. Ancora meno lo sbandierato voto al Pd, quasi fosse un attestato di buona condotta. Le sue parole erano e sono inequivocabili, anche perché arrivate a qualche ora dalla clamorosa condanna pronunciata dalla Corte dei diritti umani che ha definito “tortura” quello che è accaduto alla Diaz e dintorni.

Le parole dell’agente, che ha sostanzialmente rivendicato l’irruzione di quella notte, non possono trovare giustificazione, sono incompatibili con la divisa e con l’impegno a servire la Repubblica e ad onorare la Costituzione. Sarebbe tuttavia sbagliato fare di lui il capro espiatorio, dimenticando la sostanziale immunità di cui hanno goduto e godono i suoi superiori e chi, quella notte, ha voluto e ispirato una brutale carica accompagnata da inni e slogan fascisti, e questo mentre per la prima volta, nella cabina di regia del governo e di Genova, sedevano, alla destra di Silvio, gli eredi non pentiti del ventennio in camicia nera. Di recente Gianfranco Fini ha pronunciato parole non banali sugli avvenimenti e sulle responsabilità di allora.

I mandanti politici, e molti degli esecutori materiali, continuano a godere di immunità e di impunità, al di là delle sentenze dei tribunali. Per questo ha ragione chi continua a chiedere una commissione di inchiesta che ricostruisca le vicende di quei giorni, il contesto politico ed istituzionale, le provocazioni organizzate con l’obiettivo di imprimere una svolta autoritaria e di stroncare sul nascere nuove forme di opposizione politica, sociale e civile. L’agente Tortosa ha sbagliato e deve pagare, ma non cadiamo nella trappola di chi vorrebbe scaricare le ultime ruote del carro per continuare a salvare i cocchieri ed il cocchio.

Quella notte a Genova, tra i silenzi e le complicità di molti, fu sospesa la Costituzione e sino a quando non saranno stati individuati i responsabili e i mandanti, la vicenda non potrà e non dovrà essere considerata conclusa, Tortosa o non Tortosa!

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