Loro sono una classica band di culto dei circuiti emo-core diy, tra la fine degli anni ’90 e i primi bagliori stanchi degli anni zero. Altri tempi, che in fondo ci mancano tantissimo. Si riproducevano gli estimatori di sottogeneri che incutevano terrore fin dal nome ai non iniziati: screamo, ebullition, midwest emo. Allora si pogava ancora nei concerti, era il minimo sindacale; i Fugazi erano vivi e lottavano insieme a noi; il rock indipendente aveva un suono, un colore, e soprattutto un sapore non profumato in serie; non c’erano i social, e la promozione era ancora un fatto di lacrime e sangue sui palchi più disparati. A proposito: i club (affumicati e alcolici) proponevano musica originale dal vivo, non cover-band, e punteggiavano in maniera uniforme la geografia socio-controculturale del Belpaese. Erano quelli gli unici talent-show sulla piazza, dove ci si scorticavano le mani e i gomiti, e si sconsacravano le coscienze.

A tutto questo Atalante di sentimenti e distorsioni perdute, guardano gli Auden (dal poeta), in questo loro primo album vero e proprio, urgente e conseguente. La band lo presenta così: “A un certo punto, dopo parecchio tempo in cui ci dicevamo svogliatamente di ricominciare a suonare insieme, è successo davvero. Ma non c’è stato alcun progetto studiato a tavolino, nessuna enfasi da tendenza. Abbiamo fatto una prova con i pezzi di Love Is Conspiracy (il loro ep del 2002, ndr) e la terza volta che li suonavamo sono usciti forti, limpidi e persino più convincenti di una decina di anni fa. Ci sono state esperienze, nel frattempo, molto dense; come diventare grandi, avere figli,trovare un lavoro. Poi è successo che abbiamo deciso di fare un disco nuovo. Ed è stato facile”.

Gli Auden hanno scodellato sul tavolo i desideri e i conflitti di sempre, scoprendosi uguali, ma diversi inevitabilmente. La tempesta interrotta ha partorito otto canzoni nuove, adulte ma altrettanto affilate. Some Reckonings è un disco intimo, a tratti cupo, ma con leggerezza; e tuttavia sferraglia.

Attivo dal 1997 al 2002, il gruppo si è riformato l’anno scorso. Un progetto nato e cresciuto attorno alla provincia, sul limitare della metropoli. Tra i quattro componenti iniziali degli Auden (Stefano Frateiacci, Francesco Corti, Pierpaolo Calisti, Roberto Lupieri) alcuni erano frequentatori più o meno assidui della scena romana HC. Tutta la prima produzione degli Auden fu più o meno registrata ma impubblicabile. Poi Roberto lasciò la batteria e arrivò Andrea Bennati e per un po’ si potrebbe parlare di “stato di grazia“. Vennero composte diverse canzoni, le prove si fecero sempre più continuative e i Nostri si affacciarono con affetto a Roma, Firenze e più tardi anche Milano. Suonarono come supporto al tour dei Fine Before You Came/To The Ansaphone per le date di Roma e Viterbo. Si cominciò a pensare di registrare il disco, sognando Karate, Van Pelt, Motorpsycho, Afghan Wings. E naturalmente i Fugazi. Che nel frattempo si sono sciolti. Gli Auden, nel loro piccolo, si sono riformati. E finalmente hanno pubblicato il loro disco, a 56 k.

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