Le ultime settimane all’università le ho trascorse vagando per il campus in un deliquio di disperazione per la rottura con la mia ragazza. Stavamo insieme da oltre un anno. Da qualche tempo il mio interesse per lei si stava affievolendo. Poi lei decise che voleva lasciarmi e, d’improvviso, divenne il nettare che dava un senso alla mia vita. Il suo didietro, in particolare, divenne la pesca che avevo continuamente voglia di toccare. Per circa quattro mesi il nostro rapporto proseguì con questa dinamica nuova, rovesciata. Avevamo sempre avuto un forte legame fisico, ma non appena avvertii il rantolo della morte, il legame divenne un’ossessione. Se non le toccavo il culo o non la guardavo negli occhi, meglio le due cose contemporaneamente anche se ciascuna delle due bastava da sola, la vita smetteva di avere senso. Poi lei decise di troncare. Non faceva più parte della mia vita pur continuando ad aggirarsi nei paraggi. In teoria la cosa avrebbe dovuto farmi desiderare di andarmene al più presto dall’università perché quell’ambiente era intrinsecamente legato al mio piacere e al mio desiderio. Prima me ne fossi andato, tanto meglio sarebbe stato. A peggiorare le cose, in quel periodo mi ero immerso nella poesia di T. S. Eliot. Non facevo che ripetermi il suo verso “Aprile è il più crudele dei mesi”. Di notte, se vedevo che aveva la luce accesa, mi piazzavo ad una certa distanza dalla stanza del suo dormitorio e mi mettevo a fissare la sua finestra. Non so con certezza cosa sperassi. Di intravederla per un attimo? O di intravedere una sagoma sconosciuta – quella di un uomo che si godeva la pesca che non era più mia?

Facebook

Qui debbo fare una pausa per spiegare che sto scrivendo tutto questo in inglese nella speranza che venga tradotto in italiano perché sono una sorta di inconsapevole italofilo. Non parlo italiano e, non di meno, amo l’Italia e la cultura italiana. Probabilmente senza conoscerne l’essenza, dal momento che mi sono formato sui film, sui libri e barcollando per il Paese in stato di infatuazione. Per qualche ragione trovo Ok descrivere l’ormai svanito culo della mia ex ragazza come una pesca se questo scritto verrà tradotto in italiano, mentre probabilmente in inglese non userei questa immagine. A complicare ulteriormente la faccenda, questa deliziosa ragazza con il suo incredibile culo aveva una madre nata e cresciuta in Italia e che il destino aveva condotto nei sobborghi della East Coast. La ragazza aveva un personale meraviglioso, ma davanti era piatta. Al contrario la mamma italiana aveva un seno enorme. È facile capire come l’entusiasmo, diciamo, per Fellini potrebbe ingigantire e distorcere una siffatta esperienza anche se l’esperienza l’avevo fatta quando non avevo ancora mai visto un film di Fellini. Quando nei fine settimana estivi andavo a trovare la mia ragazza a casa sua, mi intrattenevo in lunghissime conversazioni con la madre. Non che sua madre parlasse molto. Se ne stava seduta con il suo girocollo nero, i capelli accuratamente pettinati, il rossetto rosso e fumava nel salotto di quella casa di periferia mentre io cercavo di convincerla a permettere a sua figlia di venirmi a trovare da sola a New York e di passare la notte a casa mia. Erano tentativi inutili, ma da queste discussioni durante le quali imploravo e supplicavo ai piedi del trono, traevamo una sorta di ritualistico piacere. La mia ragazza, quando affrontavamo queste interminabili conversazioni, era sempre occupata da qualche altra parte della casa anche perché non aveva un buon rapporto con sua madre. Io sentivo di essere sempre dalla sua parte. Nel frattempo mi mettevano a dormire nella stanza di suo fratello. Una sistemazione assolutamente opportuna, capisco oggi, anche se all’epoca la cosa mi infastidiva. La mia ragazza ed io ci arrangiavamo reclinando il sedile posteriore del loro minivan, preso a prestito dalla madre per andare al cinema, e profanando la tappezzeria di quell’angusto spazio.

Facebook profits

Quando da studente masochista fissavo la sua stanza illuminata, mi sentivo avvilito, ma oggi sono grato del fatto che all’epoca non esistesse Facebook. Sicuramente l’impulso che mi spingeva a fissare la sua finestra avrebbe trovato il suo sfogo su Facebook, la qual cosa non sarebbe servita né a me né alla mia ex ragazza, ma sarebbe stato uno spasso per qualcun altro. Facebook è un mondo nel quale le luci sono sempre accese. All’epoca i miei sentimenti si esprimevano meglio al buio. Questi appostamenti notturni erano un pessimo modo di usare il mio tempo. Era una cosa infantile. Intendo dire che da bambino, se ti fai male al polso o al dito, cominci immediatamente a toccartelo, a rigirartelo, a tormentarlo come se sentire il dolore ti consentisse di capirlo e di localizzarlo. Se lo puoi capire e localizzare, te ne puoi anche liberare. È un riflesso stupendamente umano, ma assolutamente controproducente. Ad un certo punto diventi abbastanza adulto da capire che se ti sei slogato un polso o ferito un dito, quello che devi fare è lasciarlo in pace. Devi immobilizzarlo, applicargli una stecca. Devi lasciarlo guarire. (E quando migliora devi ricominciare ad usarlo per impedire che si atrofizzi!). Eppure ancora oggi quando mi faccio male al dito o al polso, il primo istinto è di strizzarlo o dimenarlo per sentire il dolore. Voglio localizzare il dolore per capirlo. È una sciocchezza, lo so bene, e allora mi trattengo. Ma l’impulso è lì e vale sia per le ferite emotive che per quelle fisiche. Facebook ci consente di prendere la parte di noi che è in uno stato di disagio o di sofferenza e dimenarla, sbatterla sul tavolo come se volessimo provare dolore, come se volessimo localizzarlo. Facebook fa moltissime cose del tutto naturali per l’uomo. Non ho alcun interesse a demonizzarlo o ad auspicarne la morte; è una manifestazione degli impulsi più naturali: la curiosità di sapere come sono le vite degli altri. Il desiderio di scrivere racconti e commedie altro non è che il desiderio di fornire una testimonianza della nostra esperienza e Facebook consente a chi non fa lo scrittore di provare questa gratificazione. Perché Facebook dovrebbe essere un problema se permette a questo impulso di manifestarsi in tempo reale?

Il problema è che moltissime cose si fanno meglio al buio. Sognare, ad esempio. O piangere. Facebook è sempre acceso – l’elettricità dello schermo del computer splende come una insegna al neon di notte – e anche i pensieri, le immagini e le battute di spirito che postiamo su Facebook sono illuminati, assomigliano ad insegne al neon che pubblicizzano la nostra esistenza. Talvolta desideriamo agire nell’oscurità. Certamente questa è una delle ragioni della crescente migrazione verso altri social media, quali Snapchat e Whisper, che permettono un certo grado di anonimato. La loro popolarità ha qualcosa a che fare con il “ritorno del rimosso” di Freud e debbono affrontare un diluvio di desideri e manifestazioni primitivi. Questo è stato sempre il dono e la maledizione di Internet dove, per dirla con la folgorante concisione del più popolare cartoon del New Yorker, “nessuno sa che sei un cane”.

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Ma il piacere, l’attrazione di questi scenari anonimizzanti, credo consista, specialmente per i giovani, nel fatto che hanno luogo al buio. Non sono tenebre fitte e impenetrabili in quanto nessuno crede davvero alla promessa di queste App di far svanire tutto per sempre. Ma quanto meno è garantito il buio dell’anonimato. In quelle ultime settimane di università continuavano a tornarmi in mente altri versi di T. S. Eliot. A quei tempi mi sembrava uno scherzo crudele: “Tempo per te e tempo per me/ E tempo anche per cento indecisioni/ E per cento visioni e revisioni”. Avevamo attraversato le nostre indecisioni, pensavo, e il risultato era che la ragazza alla finestra, in quella stanza illuminata che un tempo avevo occupato, ora si trovava nel suo tempo e io mi trovavo nel mio. Ora, tuttavia, mi sento attratto dai versi che precedono questi: “Ci sarà tempo, ci sarà tempo / Per prepararti una faccia per incontrare le facce che incontri”.

Come sappiamo tutti, è stancante preparare una faccia per incontrare le facce che incontriamo. È stancante nella vita quotidiana, ma questi preparativi sono anche il progetto di una vita intera. Non facciamo che accumulare pensieri, sentimenti ed esperienze per diventare ciò che siamo. Ho la sensazione che sia meglio fare questi preparativi in privato. E talvolta ci assale il desiderio di non preparare alcunché. Vogliamo indossare la nostra faccia senza scusarci, senza preparativi o pensieri. C’è come un accenno di scuse nei nostri post su Facebook, forse perché verranno letti sotto la luce abbagliante del luogo nel quale appariranno e nel quale continueranno a vivere per sempre. Questi post sono personali, ma non sono diretti a nessuno in particolare; di solito manca in essi l’autentica intimità di una lettera. Somigliano più ad una cartolina con quel vago alone di passiva aggressività contenuta nella trita frase: “vorrei che fossi qui”. Non si nasconde un piccola menzogna in questa frase? Talvolta la verità ha bisogno della privacy del buio.

di Thomas Beller
Classe 1965, nato e cresciuto a New York, Thomas Beller è uno scrittore giunto alla notorietà grazie al racconto “A different kind of imperfection” pubblicato sul New Yorker nel 1991. Da allora i suoi lavori sono comparsi su The New York Times, Elle, Spin, Vogue, e Slate. Insegna Inglese alla Tulane University in Louisiana. Il suo ultimo lavoro è una biografia: “J.D. Salinger: The Escape Artist”

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