È una splendida giornata d’inverno, oggi. Dalla collina si vede l’arco della costa fino all’isola lontana. Camminiamo tutti insieme in pieno sole, in distanza scorgiamo le Alpi fino quasi alla Francia, le vette sono coperte di neve. Ogni tanto mio marito accenna alla possibilità di un suo trasferimento per motivi di lavoro, lo fa un po’ vagamente, forse per prepararmi all’eventualità, forse per prepararsi lui. Qui ha vissuto l’infanzia e l’adolescenza, lo capisco. E qui stanno vivendo i bambini. Procedono più avanti, di poco, non so se ci ascoltino, quel vento che viene da ponente porta i suoni verso di loro. Certo, se dovessero trasferirsi sarebbe al principio un problema: il distacco dagli amici, il cambiamento a scuola, la lontananza dei nonni che li seguono di giorno in giorno. Ma lo sappiamo da sempre, la novità potrebbe metterli alla prova con buoni frutti. Li stimolerebbe, li obbligherebbe a fare i conti con le prime difficoltà.

Prima o dopo deve avvenire, come la separazione dalle radici familiari. Qui sta uno dei segreti di una vita riuscita, il rapporto tra il distacco e l’attaccamento a nuove relazioni personali e ambientali. Quanti dei nostri compagni non sono emigrati facendosi onore? Quanti invece sono rimasti rinchiudendosi lentamente nell’angustia provinciale? Sì, in una giornata come questa la luce qui è meravigliosa. I visi stessi sono illuminati e sembrano possedere nuovi pensieri. Chissà come i nostri figli ricorderebbero questi luoghi, e la loro infanzia: sarebbe una compagnia formidabile per tutto il cammino, o forse un piccolo tormento del rimpianto.   

Non so, ma con gli anni mi sono convinta che per riuscire – non per avere successo, ma per essere felici, per diventare una persona equilibrata – bisogna sapersi adattare. Molto più che piegare la vita ai propri piani e desideri. Vedremo che sarà di noi. Forse mi porto troppo avanti con l’immaginazione. Quella di mio marito è solo un’ipotesi, mi pare assai vaga. Poi sento la voce, non capisco bene di chi di loro tre perché nessuno si gira indietro: “Ma se ce ne andassimo, potrei portare con me il modellino della nave?”. Per questa volta basta, non ci penso più.

Il Fatto Quotidiano del Lunedì, 5 gennaio 2015

Sostieni ilfattoquotidiano.it: mai come in questo momento abbiamo bisogno di te.

In queste settimane di pandemia noi giornalisti, se facciamo con coscienza il nostro lavoro, svolgiamo un servizio pubblico. Anche per questo ogni giorno qui a ilfattoquotidiano.it siamo orgogliosi di offrire gratuitamente a tutti i cittadini centinaia di nuovi contenuti: notizie, approfondimenti esclusivi, interviste agli esperti, inchieste, video e tanto altro. Tutto questo lavoro però ha un grande costo economico. La pubblicità, in un periodo in cui l'economia è ferma, offre dei ricavi limitati. Non in linea con il boom di accessi. Per questo chiedo a chi legge queste righe di sostenerci. Di darci un contributo minimo, pari al prezzo di un cappuccino alla settimana, fondamentale per il nostro lavoro.
Diventate utenti sostenitori cliccando qui.
Grazie Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

Tiffany&Co., una coppia gay nella nuova campagna pubblicitaria

next
Articolo Successivo

Viva la libertà di espressione: abbasso Charlie Hebdo!

next