“Non si tratta di essere differenti ma di fare la differenza”. E’ questo il leitmotiv che percorre l’ultimo libro della sociologa Anna Simone intitolato “I talenti delle donne” (Einaudi), un’analisi del ruolo che le donne hanno nel mondo del lavoro, dell’economia e della politica accompagnata da 21 interviste a personaggi femminili famosi. Attraverso le voci di politiche come Emma Bonino e Laura Puppato, di attiviste per i diritti umani come Ilaria Cucchi, di studiose come Chiara Saraceno, di femministe storiche come Lea Melandri e di giornaliste come Norma Rangeri, Simone traccia uno spaccato della società italiana che risulta ancora sperequata per quel che riguarda l’accesso femminile ai posti di potere e al mercato del lavoro. Le donne sono penalizzate da un welfare assente, dalla precarietà, dal carico delle faccende domestiche e della cura dei figli. L’aumento numerico della presenza fisica femminile al governo, nei partiti e nelle aziende, secondo la sociologa e ricercatrice all’Università di Roma Tre, non deve creare illusioni rispetto alla mancata affermazione sociale delle donne.

Perché secondo lei le donne non sono veramente affermate?
Ci troviamo di fronte a un mutamento sociale contraddittorio. Fino alla fine degli anni Settanta, indicativamente, abbiamo avuto una società tipicamente patriarcale che mirava ad escludere le donne dalla scena pubblica. Adesso, invece, ci troviamo in una fase di paternalismo soft: le donne vengono incluse, ma solo come “figure-bandiera”. Si tratta di una modalità molto politically correct che riconosce alle donne sempre un ruolo accessorio non decisivo. Eppure le donne si laureano e studiano di più, vanno ovunque e possono tranquillamente essere portatrici di un sapere autonomo. Per un cambiamento reale bisogna che le donne abbiano la forza di “fare la differenza”. Altrimenti si crea il rischio che la presenza femminile sia solo una rappresentazione plastica, priva di contenuti da utilizzare per riorganizzare il lavoro, i diritti, il potere, la rappresentanza, la società.

Nel suo libro scrive che l’affermazione delle donne è frenata anche dalla rappresentazione mediatica che ne viene fatta. Perché è sbagliata?
Le retoriche discorsive sulle donne, negli ultimi anni, sembrano andare in due direzioni opposte: si parla di donne che subiscono violenza dagli uomini oppure di donne come portatrici di Pil, del cosiddetto “Fattore D” tanto caro alle analisi alla Womenomics. Quest’ultima rappresentazione ha come presupposto che le donne danno un contributo diverso da quello maschile, fatto di cura, amore, dedizione. Entrambe le figure sviano l’attenzione rispetto alla vita materiale e quotidiana di milioni di donne che ogni giorno devono far fronte alle ripercussioni della crisi del welfare, alla disoccupazione, alla precarietà, alla difficoltà di conciliare vita e lavoro in una società che ormai non distingue più i due elementi. Ovviamente non intendo dire che non dobbiamo parlare di violenza contro le donne ma dovremmo farlo fuori dai processi comunicativi che mirano ad “oggettivarle” nel bene e nel male.

Dal testo emerge che lei non è favorevole alla questione delle “quote rosa” come misura di inclusione. Quali sono le soluzioni allora?
La politica delle quote è imbarazzante perché mira ad includerci considerandoci un “non ancora” del maschile. Io credo che il welfare sia l’unica soluzione a cui mirare. Dovremmo pensare al reddito di base, un diritto fondamentale e non di status, perché solo così si esce dalla logica del ricatto e si può ricominciare a disegnare la propria vita sulla base delle aspirazioni e dei desideri. 

Perché la relazione delle donne con il potere sembra sempre difficile?
Il potere a cui dobbiamo relazionarci è rimasto invariato nel tempo. Ci troviamo di fronte al culto dell’uomo solo al potere, ad un’idea di “io-crazia”, più che di democrazia. Una forma di decisionismo politico poco propenso ad agire sul lavoro di relazione, sulla tessitura di un nuovo modo di pensare la politica stessa. Chi non si uniforma a questo modello non viene presa in considerazione.

Lei dà ampio spazio alla questione della precarietà che rappresenta un ostacolo a quella che definisce “autodeterminazione” femminile. E’ una questione che riguarda soltanto le giovani oppure è trasversale?
E’ una condizione che caratterizza molte donne giovani. Termine che, però, è un po’ travisato visto che arriva a comprendere le donne fino ai 40 anni. Non dobbiamo però dimenticarci che la precarietà è un dato strutturale, riguarda anche le cinquantenni improvvisamente espulse dal mondo del lavoro a causa della crisi, così come le esodate. Oggi in molti casi al danno si aggiunge anche la beffa. Faccio un esempio: una donna che ha fatto la segretaria amministrativa per trent’anni, improvvisamente licenziata, come fa a trovare un altro lavoro se una delle richieste è “il bell’aspetto”? Se attraverso lo “stagismo” permanente di fatto si sostituisce l’assunzione di una lavoratrice? Credo che non dovremmo fare della precarietà una questione generazionale ma la base per una lotta comune per i diritti .

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